Cara Laura, intanto grazie per aver consentito all’intervistaÈ un onore per noi avere quest’opportunità.

Tuo padre, Giorgio Vanni, fondò un locale destinato a divenire il tempio del jazz per musicisti della scena internazionale: “Il Capolinea”, il quale fu inaugurato sul Naviglio Grande, in prossimità della fermata del tram 19, nel 1969. Certo, non in un giorno qualunque, coincidendo con la Strage di Piazza Fontana, tanto che i festeggiamenti vennero posticipati al giorno seguente. Ti va di raccontarci qualcosa della genesi del posto e della tua figura paterna?

Giorgio Vanni, di origini toscane, musicista (batterista), si appassiona al jazz giovanissimo iniziando a sentire i dischi dei grandi del jazz sulle navi americane ormeggiate a Livorno. Si trasferisce a Milano e suona nei vari night finché riesce con un pianista, Nando De Luca, (che se ne andò dopo solo due mesi) a rilevare un capannone sui navigli allora immerso nella nebbia. Come ricordavi, l’inaugurazione del 12/12/69 slitto’ alla sera dopo. Iniziò tutto così. Lui lo considerava non il capolinea del tram bensì il capolinea della musica, ovvero: vai a suonare dove devi ma quando hai terminato passa di qua a fare jazz perché all’epoca esistevano solo night e locali da ballo. Infatti era frequentato solo da amici che sul tardi passavano e suonavano fino a tarda notte compreso mio padre, il quale si alternava tra il bar e il palco.

Marianna Cattaneo ha girato il film documentario “Al Capolinea, quando a Milano c’era il jazz”, che ha riscosso un notevole successo di critica e a livello di copertura stampa, venendo ripreso, tra le varie testate, da “Il sole 24 ore”. Cosa ritrovi di vostro in questa pellicola? Sei contenta del fatto che qualcuno abbia documentato così sagacemente una parte indelebile della vostra vita?

Sono stata molto felice che una ragazza giovane, che chiaramente non era mai venuta al Capolinea, come tesi di laurea girò  il documentario; mi contattò attraverso un grande critico jazz, Franco Fayenz, e io mi fidai. Le diedi tutta la collaborazione possibile, infatti mi intervistò per quasi tutto il documentario. In realtà, io avrei inserito ulteriori musicisti per me più significativi ma era lei la regista e decise così.  Sono ancora in contatto con Marianna e ci siamo viste recentemente all’Arci Bellezza. In pratica, ci segue ancora…

“Il Capolinea” ha un’aurea leggendaria anche per chi, come me, non ha mai varcato la sua soglia. Si respirava quell’atmosfera magica in occasione della varie serate? Raccontacelo “a modo tuo”.

Io penso che “Il Capolinea “abbia avuto quella “magia” perché, a differenza di altri locali che nacquero negli anni ’80 sui Navigli, lo aprì un musicista e fu in assoluto il primo locale dove si beveva, mangiava e si ascoltava jazz; inoltre, mio padre non volle mai l’insegna, voleva proprio essere cercato. Tutti i musicisti passavano di lì e suonavano a turno, il palco era sempre occupato, sei sere su sette, era questa l’atmosfera… Insisto dicendo che sono stati i musicisti stessi che stimavano così tanto mio padre a fare de “Il capolinea” un tempio della musica jazz. Una sera, ricordo, erano le due e da noi passò dopo aver suonato ad un festival a Bergamo Lionel Hampton, e sali sul palco, purtroppo chiamarono i vigili che arrivarono ma quando uno di loro che era un appassionato si accorse chi suonava non fecero smettere la musica e si fermarono ad ascoltare fino alla fine.

Quali musicisti hanno lasciato l’impronta nella vostra memoria?

Dirti i musicisti che lasciarono l’impronta è quasi impossibile! Da Tony Scott che dormiva anche sopra nelle stanze del vecchio albergo, Gerry Mulligan, Paul Blay, Art Blakey ma sicuramente un nome su tutti, Chet Baker, che fece un disco live da noi e che dormiva spesso a casa nostra quando passava da Milano. I musicisti italiani che calcarono il palco de “Il Capolinea” sono innumerevoli: Mario Rusca, Paolo Tomelleri, Luigi Bonafede, Lucio Terzano, Tullio De Piscopo e un ricordo a chi non c’è più, il grande Larry Nocella e Massimo Urbani .

Come riuscì il locale a riscuotere la sua fama mondiale?

Il primo anno fu frequentato solo da amici e musicisti, ma poi una sera arrivò Arrigo Polillo, grande critico della rivista “Musica Jazz” con il violinista italo americano Joe Venuti, che iniziò a suonare e divenne un appuntamento fisso tutte le sere, riscuotendo un successo incredibile. Da quel momento, la gente aumentava sera dopo sera. Così, l’anno successivo, ampliammo il locale utilizzando lo spazio esterno e iniziammo a organizzare concerti con artisti americani di fama internazionale e diventò in quel modo molto famoso. Non era difficile incontrare gente come Loredana Berte’,  Vittorio Gassman, Ivano Fossati, Marcello Mastroianni, Gianni Versace e tantissimi altri. Alcuni amici andarono al village di NYC e videro appesa una locandina de “Il Capolinea”.

Nel 1999 il locale chiuse in seguito ad un incendio. Si salvò però il suo storico pianoforte che, da poco tempo, ha trovato sistemazione in una palestra milanese. Ne sei felice? Quale valore affettivo ha lo strumento?

Ne sono felicissima, dopo anni che ho sempre sperato che avesse una nuova vita e non avendo mai voluto venderlo, la proposta di Maso Notarianni, direttore del Circolo Arci Bellezza, mi è sembrata perfetta. La collocazione nella palestra dove Visconti nel 1960 girò “Rocco e i suoi fratelli” mi è sembrato il luogo giusto, particolare, un po’ jazz per intenderci. E la programmazione vedrà di nuovo parecchi amici de “Il Capolinea”.

Diceva Huxley che “La memoria di ogni uomo è la sua letteratura privata.” e la Allende sosteneva che “Non esiste separazione definitiva finché esiste il ricordo.” Ti va di commentare?

La definizione della Allende mi sembra perfetta. Dopo l’incendio e la chiusura, ebbi un rifiuto generale: non andavo ai concerti, soffrivo solo a sentire nominare la parola “jazz” ma poi sono uscita dal tunnel e  non dimenticherò mai la vita meravigliosa che ho passato a “Il Capolinea”, le persone speciali che ho conosciuto e la ricchezza di emozioni che ho vissuto…  E spero ancora di viverle quando sentirò suonare il mio Yamaha C5.
Chiara Zanetti
Condividi