Uscito nel novembre 2017 per Oltre Edizioni, una casa editrice di Sestri Levante (GE), “Ritratto incompiuto del padre” è l’unico testo in prosa edito dell’autore algerino di origini andaluse e di lingua francese Jean Sénac. Lo scrittore nacque da padre sconosciuto a Béni Saf, una città costiera dell’Algeria della provincia di Orano e venne assassinato ad Algeri  in circostanze ancora non chiarite il 30 agosto 1973.

Le sue opere poetiche si configurano come canti di rivoluzione nelle quali egli auspica un mondo di speranza e di fraternità in una Algeria aperta a tutte le culture, con un evidente solco inciso nella ricerca di identità (non solo nazionale ma anche sessuale) sentito e trasmesso con veemenza. Sénac sperimentò infatti la lacerazione identitaria di chi vive a cavallo tra mondi diversi e, nella ricerca di un equilibrio, si ricovera in un “terzo spazio” fatto di contaminazioni. Il contatto fra le culture, i continui scambi e le vicendevoli influenze fanno in modo che tutto il mondo, secondo il pensiero di Édouard Glissant, si creolizzi, perché elementi culturali dissimili arrivano ad intervalorizzarsi spontaneamente. L’ibridità rappresenta quindi un valore capace di suggerire un nuovo modello di identità che mette in crisi la certezza monolitica dell’universo occidentale, come si evince bene nelle pagine del testo.

Magistrale per bellezza e impeccabilità la traduzione di Ilaria Guidantoni, giornalista e studiosa del Mediterraneo arabo che divide la sua vita tra il Belpaese e la Tunisia. Il suo contributo intende discutere l’ipotesi che il Mediterraneo, in quanto “terra di mezzo”, possa divenire il modello di una possibile alternativa culturale, configurandosi come lo spazio geografico di una società plurale e multietnica, in cui il discorso identitario è continuamente interrogato ed elaborato, soprattutto sotto il punto di vista dei prodotti letterari. Infatti, questo sovra-luogo in cui proliferano i processi di sincretizzazione culturale può, grazie alla letteratura, dischiudere nuove aperture e via di uscita nel guazzabuglio post-moderno. Questo soprattutto in virtù del fatto che la materia peculiare dei testi studiati si pone come spontaneo serbatoio per cogliere quei moventi, a un tempo consci ed irreflessi, che si condizionano reciprocamente nel delicato gioco identitario.
Grazie a lei, finalmente è stato reso accessibile un testo meraviglioso anche dal punto di vista stilistico e metaletterario, con riflessioni che sprigionano un incanto e una ricchezza che hanno fatto guadagnare a Sénac la fama di “Pasolini d’Algeria” (pseuonimo che Guidantoni trovò nella rivista letteraria algerina “LivrEsQ”). Riporto, in questa sede, un breve passaggio che corrobora questa idea:

Accordi dei tempi, eleganza, fluidità. I tempi della scrittura mi infastidiscono. Solo mi interessano i tempi della vita, i tempi della conversione, i tempi del Verbo sbrigliato, la povertà truculenta e inaudita del linguaggio. (E tutti questi stili che si incrociano, questa incoerente assenza di unità, questo brusio iperteso come una costruzione di Gaudì. 

Colto in un travaglio interiore alla continua ricerca di un padre mai conosciuto, Sénac visse da “bastardo”, intessendo un rapporto viscerale ma ancora una volta contraddittorio con la madre, bigotta e pagana insieme come lui stesso la definisce, menando una vita sempre in debito di soldi, ai margini di un mondo che rifiutava l’omosessualità ma la coltivava in segretezza.

“Ebauche du père”, pubblicato postumo da Gallimard, Sénac lo immaginava come creazione di lungo respiro, che doveva essere composta da più volumi un po’ su modello di “À la recherche du temps perdu” di Marcel Proust. Il progetto è rimasto tratteggiato, manchevole e imperfetto stando agli obiettivi, ma risulta perfettamente riuscito nei fatti, ammantato di lirismo, mistero e profondità.

Chiara Zanetti

 

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