Sabino, dopo avere intervistato tanti artisti delle mostre che hai curato, ho finalmente occasione di intervistare te. Grazie per aver accettato. In questo frangente, mi piacerebbe focalizzare l’attenzione su tematiche che entrambi abbiamo a cuore: il talento dei giovani, il mondo no-profit e l’arte contemporanea. Per prima cosa, vorrei chiederti di parlarci delle tue ricerche sul fenomeno della fuga di cervelli, in inglese “human capital flight”.

Con piacere. Si tratta di un fenomeno assai complesso, che va trattato anche dalla prospettiva del settore di appartenenza. Per alcune attività è normale, per altre meno. Per esempio, per quanto riguarda le discipline cliniche, è assai diffusa la presenza in Italia, sebbene l’accesso sia sempre più complicato. Più difficile è intraprendere la ricerca scientifica, ove le risorse sono più contratte. In generale, c’è una tendenza a proseguire all’estero gli studi di alto livello, come la ricerca post universitaria, poiché la vita è più facilitata. Altro nodo importante riguarda il rientro; di solito si verifica in presenza di necessità personali o famigliari, o quando ci sono delle reali possibilità di crescita personale a un livello senior.

Il vero problema, ad ogni modo, più che la fuga è il bilancio; si pone, in questo senso, un quesito delicato quanto fondamentale: come possiamo attirare competenze dall’estero? I dati statistici evidenziano un’alta immigrazione non qualificata che sopperisce comunque a un calo demografico ma, purtroppo, raramente riusciamo ad attirare persone istruite che scelgano di lavorare qui.

È molto importante fare esperienze all’estero anche per quanto riguarda l’ambito culturale. In Italia vi è un provincialismo assurdo. È brutto esprimersi in questi termini ma sfortunatamente è realtà. Per esempio, molti artisti espongono solo qui, ma in questo modo si trovano le ali tarpate e un campo d’azione ridotto.

Rimedi?

È fondamentale stimolare la “corporate social responsibility” a livello aziendale ma più diffusamente il senso civico delle persone. Per quanto riguarda le aziende, spesso, liberalismo e liberismo si confondono; per fare un esempio, il marketing tende a sposare spot che guardano al breve termine, quando si dovrebbe mirare al medio e lungo termine, in primis all’importanza della ricerca. Se lo stato non riesce a sostenere da solo il peso del welfare, serve più responsabilizzazione a livello aziendale, bisogna che si stabilisca un rapporto dialettico tra le due parti. Insomma, servono esempi di capitalismo illuminato, di filantropi in azienda. Ma che siano veri, non meri specchietti per le allodole. Sai cosa penso? Che in molti casi venga a mancare la continuità, la capacità di costanza in iniziative di questo tipo.

Allo stesso modo, è una questione saliente la capacità di attirare talenti. Si tratta di un concetto davvero politically correct, a cui tengo molto. D’altra parte, è alle fondamenta del progetto cramum: bisogna avere il coraggio di selezionare, di concentrare le risorse su quel poco che contribuirà al progresso e considerare anche la capacità di resistenza di chi viene premiato. Pensiamo alle meteore in campo culturale e scientifico; a maggior ragione, questo coraggio è necessario. Va da sé che bisogna saper valutare anche chi valuta ecc.

Cosa pensi possa fare il mondo associativo e quello no-profit per alleviare le problematiche del nostro Paese? A mio parere, il potenziale è enorme. Eppure si tratta di realtà fortemente sottovalutate. A tuo avviso, per quale motivo?

L’italiano ha attenzione al protagonismo privato. Il mondo associativo è troppo parcellizzato; non riesce ad avere una massa critica che penetri in un’ottica integrativa. Riporto sempre l’esempio del Premio cramum: bisogna avere chiari gli obiettivi, cosa si vuole fare. L’invito è quello di fare meno, ma farlo meglio.
Per quanto riguarda la realtà no-profit, va considerato che l’80% è in mano a grandi player internazionali, come Emergency o Telethon. Queste realtà dovrebbero avere braccia sul territorio rappresentate dai privati, ma spesso non è così, almeno a un livello genuino.

C.Z. La tua formazione è principalmente di natura economica, come ti sei accostato al mondo dell’arte contemporanea?

(Sospira sorridendo) Ho gli studi classici nel DNA! La formazione di quando sei adolescente è molto più efficace di tutta quella a seguire. In realtà, mi sono avvicinato agli studi sull’amministrazione pubblica volendo perseguire l’obiettivo di cambiare le cose dal di dentro. Ognuno di noi deve contribuire alla crescita e allo sviluppo della nostra società. Cosa rimarrebbe altrimenti dopo la nostra vita? Ama, nutri e cresci, think tank che ho fondato nel 2012, si pone l’obiettivo di informare in modo del tutto autonomo, indipendente e rigoroso su salute, cultura e arte. Ciò è possibile grazie al contributo (gratuito) dei migliori esperti in ogni settore. Lo scopo è quello di fornire informazioni non per dare risposte, ma per stimolare la riflessione individuale e collettiva. Oggi si cercano certezze, dogmatismi, con la paura di riconoscere il dubbio, la finitezza dell’uomo.

L’arte… L’arte non deve dare risposte immediate, semplici, ma comunicare ad un secondo livello; non può trattarsi di pornografia della comunicazione, nel senso di esposizione ostentata. E non si tratta nemmeno di un fenomeno elitario o accademico. Recentemente, ho portato un libro d’arte in un centri ricreativo per anziani. Parlare dello sviluppo della periferia, della città, dell’intersezione tra le due a un pubblico di persone attempate è più importante che sviluppare progetti artistici autoreferenziali. E qui concludo: bisogna saper comunicare, parlare della stessa cosa a più livelli.

Nota Biografica

Sabino Maria Frassà, classe 1985, è originario di Ivrea. Laureto con il massimo dei voti in Economia delle Amministrazioni Pubbliche e Istituzioni Internazionali presso l’Università Bocconi, ha altresì conseguito un master in CSR (Corporate Social Responsibility) alla Université de Geneve.

Ad oggi, è Direttore Sviluppo e Comunicazione della Fondazione CURE Onlus; Ideatore e Direttore del think tank “ama nutri cresci” (partner scientifico di Padiglione Italia in EXPO 2015); Direttore Artistico di CRAMUM; Membro del Consiglio di Amministrazione di MuFoCo – Museo di Fotografia Contemporanea.

Nel 2015 vince il premio come miglior ricercatore under 36 al Congresso Nazionale SINU (Società Italiana di Nutrizione Umana) con una ricerca sull’efficacia della comunicazione in Italia durante la gravidanza.

Nel 2016 è il primo e unico italiano su 22 partecipanti a conseguire il master Executive Emmio (Management of International Organizations), frutto della sinergia tra Sda Bocconi e Onu.

In ambito artistico, ha curato oltre 20 mostre in Musei e spazi pubblici in Italia e all’estero. Per SKIRA ha curato i cataloghi Pulvis Es (2014) Cos’è l’arte contemporanea (2015) e A chi parla l’arte contemporanea? (maggio 2016). Per Editrice Quinlan ha curato la collana OLTRE.

Chiara Zanetti

 

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