Riporto integralmente il commento critico di Vittorio Raschetti all’opera di Andrea Cereda, “Gestazione”, a Milano Scultura – Step Art Fair, Fabbrica del Vapore. L’opera approderà nei prossimi giorni a Villa Contemporanea in collaborazione con streetartpiu, Monza. I miei più sinceri complimenti all’autore e all’artista per tanto onirismo romantico e virtuoso.

Chiara Zanetti

Una raffinata e morbosa sensibilità, una configurazione biologica di forze, una vitalità irriducibile si scopre lentamente nel divagare tra le torbide allucinazioni del vero, pronta a prendere possesso del proprio destino, accompagnata nel segreto dall’ambiguità dei simboli. Si comincia a fondare se stessi solo sprofondando nella latenza protettiva di un sonno amniotico nel grembo, dove i rumori sono solo fantasmi acquatici di vaghe vibrazioni inconseguenti, tra umori e colori indecifrabili. Espiazioni private, introiettate, sospirate, evocate da ferite da taglio solo accennate: colpe originarie inconfessabili, contusioni, ecchimosi sottocutanee dell’anima per chi per la prima volta entra a contatto con mondo dove il tormento tempesta le pieghe delle superfici preannunciando tutta l’inquietudine esistenziale dell’essere gettati nella vita.

Preziose materie dismesse, rivitalizzate. Serbatoi vuoti da riempire di attese. Imprevedibili ritorni di oggetti svestiti di funzione. Apparizioni e appropriazioni di res derelictae. Sopravvivenze dell’età del ferro, colate di lamiera fluida su forme allusive, arcaiche e moderne. Autentica devozione per i materiali concreti che l’artista assume, modella, assembla e unisce per offrire una anti-forma pronta a risuonare tra le pieghe, le ondulazioni, le sporgenze, i fori, gli incavi delle sculture. Sotto la corazza un nuovo ordine nascosto: una tessitura di fili metallici, l’anima di ferro che resiste oltre l’abbandono.

Non semplicemente artista, ma rianimatore di relitti del disuso, Andrea Cereda rovista ostinato in discariche industriali,  tra resti di luoghi operosi, alla ricerca di materiali dismessi, estromessi dal circuito produttivo. L’artista è un solitario rabdomante impazzito presso un lago salato dove abbonda acqua imbevibile, un paradossale cercatore di rarità nei mari dell’abbondanza, travolto dall’eccesso, depistato dall’inutilità, sempre alla ricerca dell’aura di oggetti desueti e di memorie nascoste. Con gli occhiali da saldatore, assembla i pezzi dell’anima perduta delle res nullius, cose di nessuno diventate patrimonio collettivo di memorie. Il recupero dei materiali ripristina l’unicità irriducibile avvolgendo di silenzio, pudore, rispetto  l’oggetto riesumato. Una ricerca meticolosa nella radura postindustriale disseminata di oggetti destituiti di funzione, solitari, appassiti e malinconici, sfondati, inceppati nella propria narcotica incoscienza. Una fossa comune di metalli fossili, scheletri di ferri alati, spiumati come uccelli meccanici preistorici schiantati al suolo. Solamente con voli pindarici del senso si può evocare l’irrappresentabile, solo nell’imperfezione allusiva, nell’anacronismo si tradisce l’autentica qualità esistenziale degli oggetti perduti, riconfigurata dall’immaginazione poetica.

Rust never sleeps,  ruggine che non dorme mai, come l’azione del tempo che rivela la metamorfosi delle forme, invadendo l’interno e corrodendo il meccanismo ad orologeria della vita degli oggetti.

Dust’s memories, memorie nella polvere fluttuante stesa sulla superficie immobile di oggetti lentamente obsolescenti, dormienti strati geologici di tempo steso su tesori segreti sotto la sabbia.

Spleen never sleeps, malinconia nello sguardo dell’artista che si lascia accompagnare dagli oggetti perduti, decostruendo forme per ricomporle in nuove suggestioni, corrispondenze, cristallizzazioni tra forme biologiche ed artificiali, sedotta da ipotesi che smontano la scena del consueto.

In questa installazione site-specific l’artista cerca la sintesi plastica perfetta, la forma concreta di matrice organica più in grado di evocare lo spirito allo stesso tempo naturale e metafisico dell’origine, l’accadere inesorabile ma anche inatteso del miracolo ontologico della nascita, preparata da una lenta, paziente, sacrificale gestazione. Senza troppo qualificare in modo descrittivo l’opera, Andrea Cereda sceglie di connotare l’opera attraverso l’archetipo di una forma, quella ovoidale, intrinsecamente indecisa tra la perfezione e l’eccentrica fuga ellittica da un luogo geometrico esatto e da un baricentro troppo statico. Un’opera intenzionalmente non riferibile esclusivamente alla nascita umana, che impiegando un orizzonte simbolico ampio, permette di abbracciare in via estensiva anche l’origine dell’universo.
Regredire fino al punto zero, implodendo in un viaggio a ritroso fino alla soglia dell’origine, avvolti nella protezione amniotica, nella inconsapevolezza immemore, per ritrovarsi nell’oblio, dimenticarsi della propria consistenza individuale e sottrarsi a qualsiasi dovere di essere. Smarrirsi volontariamente nella materia inconscia. Un auto-reverse esistenziale che riporta all’antecedente di qualsiasi ricordo, al di là di qualsiasi forma di conoscenza, prima di ogni possibile relazione frontale con gli oggetti e le cose del mondo. Una esperienza estetica, un singolare esperimento mentale, un atto maieutico a ritroso. Una visione che richiede di sospendere fiducia in qualsiasi organo di conoscenza, una fenomenologia impossibile proprio perché precedente qualsiasi intenzione, anteriore a qualsivoglia esperienza possibile, una regressione in un limbo percettivo, etico, sprovvisto ancora di coordinate sensoriali, dove l’Io in via di formazione non è ancora in grado di pensarsi. Prima di qualsiasi solitudine, prima di mettersi alla prova, prima di prendere possesso di sé.  

Proprio perché a retroattivo, si tratta di un percorso paradossale, una regressione sino ai confini siderali dell’origine, fino alle province più remote dell’identità prenatale. Il recupero della scatola nera personale, ammaccata, che contiene le registrazioni dei dati essenziali del tragitto esistenziale, le cause di quell’incidente mortale che è sempre la vita.   

L’arte è ossessione morfologica, immaginazione ed espressione, esplorazione di forze metamorfiche che spingono la forma ben oltre il proprio baricentro, che spingono il pensiero ai propri confini. Attraverso la creazione estetica si entra in contatto con archetipi della conoscenza, costruendo modelli e visioni del mondo, anticipando con miti e cosmogonie le teorie sulla nascita dell’universo molto prima che la scienza né verifichi empiricamente l’esattezza, come l’immagine dell’uovo cosmico, modello di origine del mondo che anticipa la teoria del Big Bang.

E’ sempre attiva una dimensione non esclusivamente archeologica ma anche genealogica nell’opera di Andrea Cereda: archeologica nella ricerca retrospettiva sui resti significanti, sul potere delle rovine di obbligare la mente dell’osservatore a ricostruire a ritessere il filo del senso e la completezza gestaltica di una forma piena e stagliata oltre i propri vuoti e latenze, questa volta, nell’opera, si assiste anche ad una ricostruzione non solo ex post, crepuscolare e consolatoria della forma perduta oltrepassando la stessa voce e tonalità poetica dell’artista, rivelando la dimensione genealogica della forma allo stato nascente, mostrata nel suo momento aurorale, nell’istante generativo, ed invitando a rivivere l’evento dell’inizio, provando a riattraversare la soglia dell’origine. Ma c’è pure un’indagine sul senso spaziale dell’origine, anzi sulla forma spazio non intesa come accidentale ma come costitutiva dell’origine, dove la forma per antonomasia, quella sferica, o più precisamente quella ovoidale, si rivela nicchia accogliente, ambiente generativo che rende possibile lo sviluppo embrionale. La vita è dunque essa stessa forma dinamica, calco a immagine e somiglianza del luogo, del vuoto, dove viene accolta ed accudita sotto il segno della custodia e della cura. La gestazione è figlia di un spazio vuoto, una cavità mobile, una fenditura, una nicchia per accudire la proliferazione cellulare, per ospitare il divenire uomo.

La scena originaria è un sistema di vasi comunicanti che permette di   emergere dagli abissi materni e risalire alla superficie per  naufragare stremati e disorientati nella risacca. C’è complicità assoluta, nell’impossibilità della distinzione della diade originaria, dopo la nascita solo il tatuaggio ombelicale rimane come testimone somatico, indelebile, di un legame psichico indistruttibile. Per questo nell’opera di Cereda il cordone ombelicale è ancora strettamente connesso alla forma dell’uovo, proprio per segnalare il tratto ineludibile di questa relazione originaria ed inestricabile: il nodo ombelicale come indice incancellabile di provenienza.

Pur nella conversione alla scultura, Andrea Cereda aveva sin qui sempre frequentato un terreno espressivo, per certi aspetti, di sicurezza fatto di eleganza compositiva, di equilibrio distributivo dei piani della costruzione ereditato dalla sua provenienza dalla pittura e dalla grafica, si tratta di una vocazione all’armonia quasi impossibile da dimenticare e da rigettare anche nelle opere più impegnative e di derivazione concreta e materica. Con questa installazione l’artista si però è avventurato in un territorio ben più rischioso e privo di mappe, senza nessun supporto delle convenzioni dello stile e della calligrafia, si tratta di una interrogazione sui limiti ontologici della forma, dove la prospettiva controllata da un disegno deve essere sostituita da una ricerca dentro il lato notturno,  guidata  dagli archetipi dell’inconscio collettivo con una costruzione plastica fondata sul sogno, senza appigli né reti di protezione, sempre ai limiti del brusco risveglio e dalla caduta nell’informale. In questa opera Andrea Cereda intende circumnavigare la forma, afferrare il lato sfuggente del volume, conquistare il ritmo complicato di concavità e convessità, la dinamica densità pneumatica.

Come i pugili ammaccati dei suoi esordi figurativi, suonati, instabili sulle gambe, ma stoici e disposti a rimanere in piedi, cosi è questa opera ovoidale, questa struttura ammaccata, strattonata nel continuo beccheggio di una vecchia imbarcazione erosa dal sale, corrosa ma con uno scafo ancora disposto a galleggiare.

Per dare vita ad un correlativo oggettivo della nascita, occorre ripercorrere a ritroso la genealogia della forma e guardare oltre il platonismo delle idee della perfezione della sfera per avvicinarsi ad una geometria meno astratta ed affidarsi ad una morfologia concreta di ispirazione naturale come quella ovale. La forma originaria non è dunque assimilabile alla perfezione assoluta dell’idea platonica sospesa nei cieli imperturbabili della metafisica la cui traduzione geometrica è un solido dai contorni eternamente sfuggenti, ma è più verosimile l’imperfezione di una forma schiacciata, ovoidale ed empirica, inviluppata in una relazione topologica complessa tra interno ed esterno, avvolta e allo stesso dispiegata in una apertura, in una relazione di osmosi, di traspirazione col mondo della vita. In definitiva si tratta di una forma di origine perturbata, scossa, ineffabile, metamorfica e non chiusa su se stessa, definitiva, autoreferenziale e puramente logica.      

La forma originaria può essere ispirata da una condensazione biomorfa, un esoscheletro naturale fondato su una cristallizzazione di un contenitore protettivo del processo di divisione e moltiplicazione cellulare, una vera e propria proliferazione di cellule, ma la stessa forma può essere suggerita da una concetto, da una essenza proveniente da una ontologia astratta, l’origine come bolla primordiale, come atmosfera in grado di ospitare al meglio i processi germinativi della vita, come evento dell’accogliere, del custodire, del disporsi verso la vita.

Nel guscio spezzato è percepibile un movimento di forze originarie, una vitalità che avvolge l’anima, una sorgente di possibilità vitali. Ma il fondamento non è un inizio, un confine oltrepassato una volta per tutte, è piuttosto una soglia incessantemente da varcare oltre il tempo dormiente nell’ombra del dubbio che avvolge l’anima. La forma organica ovoidale è fecondità, protezione e resurrezione. Un riparo sicuro dove incubare lo spirito di creazione, dove l’enigma dell’esistenza comincia a prendere la forma della soggettività umana.

L’installazione è stata concepita a partire da una suggestione del genius loci della struttura architettonica dello spazio espositivo, il suo impianto geometrico a pianta quadrata entra in relazione simbiotica, in perfetto dialogo con l’opera, dove il rapporto tra la base quadrata dello spazio e la forma sferica della scultura ortogonale assume una valenza che non si esaurisce in un semplice equilibrio visivo, ma si assume il compito di alludere ad uno spazio simbolico di misterico pitagorico. La geometria perde così il suo carattere puramente costruttivo e si apre ad un dimensione evocativa, gnostica ed esoterica. L’inscrizione dell’installazione sferica nello spazio architettonico cubico arricchisce l’installazione di una ambiguità neoplatonica di tipo rinascimentale filtrata da una lettura novecentesca surrealista e da un’estetica di impianto neo-dadaista.

Lo scheletro dell’opera è costituito da una metallica gabbia di Faraday che protegge dai fulmini degli déi vendicativi.  Un meteorite piovuto dal cielo, una capsula ammarata ammaccata dopo un viaggio attraverso le fiamme dell’inferno della discesa nell’atmosfera con il suo carico di anime pronte a subire la gravità sul suolo terrestre.

Il dispositivo messo in azione dall’artista gioca su una commistione di ispirazione post-umana dove forme di ispirazione organica vengono ibridate con rivestimenti di materiali metallici, il guscio di un enorme simulacro ovoidale di matrice zoomorfa sembra rivestito di una lega di metalli futuristi, una archeologia siderale che sembra provenire da un futuro remoto. Cicatrici e suture su una corteccia abrasa e perforata. Una macchina morbida alla William Burroughs, proveniente da una interzona ambigua, un luogo di incrocio tra realtà meccanica e biologica, perché ogni gestazione è, di fatto, un processo di mutazione genetica in tempo reale, di bio-tecnologia in atto all’interno di un processo di metamorfosi dell’umano dato che il nascituro non è un essere statico e definitivo, ma appartiene ad un processo in continuo divenire, in costante via di ridefinizione. La gestazione è solo il momento più evidente di questo movimento di metamorfosi inarrestabile che riguarda sia il soggetto individuale, sia il genere umano.

Se la funzione fondamentale dell’arte è sviluppare una tensione ad interrogare gli orizzonti del possibile delle forme e tradurre nello spazio le tensioni dell’anima, se è intrinseco al fare artistico una vocazione al divenire un calco dell’anima, allora un simulacro di placenta diventa una faustiana ampolla di distillazione della vita.

Le anime per venire al mondo si immergono nell’intimità profonda delle madri, galleggiando nella protezione senza tempo della comunione simbiotica della bolla della diade originaria dove l’uno non è mai solo ed il due è indivisibile. Una monade, un microcosmo autosufficiente, compiuto ed omeostatico, una perfetta commistione sanguigna dello stesso plasma. Il guscio spezzato del macrocosmo universale mostra un perfetto parallelismo tra cosmogonia, nascita mitica dell’universo ed origine umana.

L’origine dell’umano passa attraverso un soffio vitale, una nascita attraverso un respiro, allo stesso modo la struttura concepita dall’artista sembra costituire un enorme cassa di risonanza dove un suono originale, dove una musica primordiale può risuonare in un eco che riverbera all’interno alimentando il mantra originario, il suono ipnotico personale capace di durare all’infinito, la nota con cui la memoria della voce interna accoglie il sorgere della coscienza trascendentale.

Si entra nella vita, senza bussare, senza essere pronti, in una cascata di acque, costretti a spingere aria nei polmoni, chiedendosi: “dove siamo quando entriamo nel mondo?“

                                                                                           Vittorio Raschetti

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