Nel 1996, Franzen lanciava un certame alla letteratura contemporanea attraverso un saggio: “Forse sognare: nell’era delle immagini, una ragione per scrivere romanzi” (Einaudi).


Frastornato dallo status quo, dal vivere in un paese come gli Stati Uniti, già preda delle pulsioni fondamentaliste e neoliberiste, Franzen si rivolgeva ai suoi numi, i grandi romanzieri come Melville e Twain e a coloro che aveva vagliato come i suoi maestri letterari, sino ad individuare, proprio nelle ultime parti del testo, un accenno di fiducia, racchiuso in una lettera ricevuta da Don DeLillo:

“Il romanzo è qualunque cosa i romanzieri scrivano in un determinato periodo.
Se fra quindici anni non staremo scrivendo il grande romanzo sociale, probabilmente vorrà dire che la nostra sensibilità sarà tanto cambiata da renderlo un lavoro meno impellente – e non che avremo smesso di scrivere perché il mercato si è esaurito. Lo scrittore conduce, non segue.
La forza motrice risiede nella sua testa, non nel numero dei lettori.
E se il romanzo sociale vivrà, ma a fatica, sopravvivendo nelle crepe e nei solchi della cultura, forse verrà preso più sul serio, come uno spettacolo in via di estinzione.
Un contesto ridotto ma più intenso.”

Il confronto che Franzen temeva di perdere nel saggio citato era quello con i “non lettori”, con una realtà che non credeva più nella letteratura, con l’egemonia della narrazione per immagini, o persino della non-narrazione dei media. Ma la verve polemica, con le sue scudisciate sui mala tempora currunt, nei suoi romanzi risplende e raggiunge vette non sperate. In “Purity” si incarna in una magnifica abilità di intessere una commedia umana nello stile dei grandi romanzieri ottocenteschi; tutti i protagonisti hanno almeno una cosa in comune: non gli piace come va il mondo, lo vorrebbero capovolgere – metaforicamente gli garberebbe purificarlo – ma poi sono essi stessi a sbagliare di continuo, a comportarsi come dei pericoli ambulanti, in preda a sensi di colpa e ansie da prestazione di cui nemmeno loro intuiscono l’origine. La prima di questa rassegna di idealisti è proprio colei che dà il titolo al romanzo, Purity, detta Pip, 22 anni, figlia di una donna single negli Stati Uniti suburbani. I loro rapporti sono compromessi dall’“azzardo morale”, un’utile espressione che Pip aveva imparato al corso di economia del college. Nel sistema economico di sua madre, lei era una banca troppo grande per poter fallire, un’impiegata indispensabile per poter essere licenziata. E questa madre ingombrante è capace di un amore elitario, ma non riesce a finanziare la sua università – Pip ha un debito molto alto– e di rivelarle chi è il padre. Ce la farà Pip a tagliare questo nodo senza procurare ferite? Il brutto è che il destino della protagonista pare proprio legato ad adulti di questo calibro: tanto brillanti da un punto di vista professionale, quanto rovinosi nella loro capacità relazionale.

Chiara Zanetti

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