Da anni ti occupi di arti visive (pittura-installazioni) e performative in maniera poliedrica ed eterogenea. Utilizzi tanti materiali diversi, hai un sacco di progetti, fai ricorso a infiniti spunti nel segno dell’opera totale, in grado di abbracciare il mondo nelle sue infinite declinazioni e possibilità. Fatta questa premessa, sapresti tratteggiare in qualche riga qual è il tuo approccio artistico?
Voglio dedicarti questo mio haiku: Artista è chi/ porta il suo respiro/ oltre il guado. Cominciamo dal respiro, l’aria che entra ed esce da noi, ci si è abituati al punto da non riconoscerne più la necessità. (L’attenzione al respiro è una delle basi della pratica meditativa). Di troppe cose abbiamo fatto abitudine, la nostra percezione del mondo dipende da come ci “hanno insegnato” a vedere il mondo. Questa pratica indotta (il fatto ad esempio che le cose abbiano dei nomi li congela in un’immagine concreta) ci porta alla sfida di individuare il “nostro” modo di essere nel mondo. Eccolo, l’Artista, colui che vede e sente con chiarezza il punto preciso dove “oltrepassare il guado”, la via maestra del proprio sé. Gli spunti possono essere infiniti, ma tutti hanno, indistintamente, un afflato comune capace di arrivare – attraverso forme differenti – a sfiorare il cuore dell’osservatore. Questa non è una “qualità” che viene dall’apprendimento, ma dall’immersione in un diverso “abisso” di consapevolezza, dal lasciarsi andare alla “deriva” dell’attimo sospeso tra un respiro e il successivo, il vacuum del sentire-senza-comprendere, allentando le maglie ferree della mente giudicante. 
Per quanto riguarda la formazione universitaria, ti sei laureato alla Sapienza di Roma in Ingegneria civile per poi proseguire con studi di Estetica e di Antropologia culturale. Un bagaglio portentoso e ricchissimo. In che modo tutte queste nozioni ed esperienze influiscono sul tuo operare?
 
Io ho trovato la mia “natura propria”, quello che tu chiami l’approccio artistico, attraversando prima la scienza, il funzionamento meccanicistico delle cose tutte (es. la misurazione fenomenica del Tempo), poi la filosofia (l’essenza del Tempo), fino a trovare, attraverso il fare-arte” le infinite chiavi dinamiche d’applicazione (il carattere impermanente del Tempo). Il colore, il gesto, la scrittura, la forma s’intersecano e mi sorprendono ogni volta nel loro metamorfosarsi. L’illuminazione, l’intuizione, la visione avviene sempre, con regolarità nel momento del pre-sveglia mattutino, prima ancora di aprire gli occhi, “vedo”una serie di immagini fluide che lentamente prendono forma e contenuto e resto lì a osservarle. L’allenamento continuo a questa forma – direi “caleidoscopica” – del sentire con gli occhi chiusi è linfa inesauribile a un processo del fare, la bottiglia che più la vuoti più da sola si riempie.
 
Sei in perenne movimento. Quali tappe sono state decisive in termini di carriera artistica? Personalmente, penso a Berlino quindi all’Oriente (Thailandia, Cina, Tibet, Nepal ecc.)
 
Inizialmente Roma e l’atmosfera che si viveva alla fine degli anni ’70 (penso alle Estati romane di Renato Nicolini, mio caro amico) quando la libera espressione era concessa a 360°, poi all’inizio degli ’80 il nomadismo diventa pratica costante, la fuga in Europa e la scoperta della Berlino contenuta nel Muro, paradiso artificiale e straripante fonte di tolleranza e di concretezze, quasi cinque anni di estasi creative a scapito della durezza del clima e dell’effetto-barricata. A seguire un anno a Barcellona nella fantasmagoria del Barrio Gotico, e di nuovo Roma con onori e gloria. Poi lo strappo improvviso, il mistero del distacco, il silenzio assoluto. E fu Estremo Oriente, la pratica del tai-chi, lo studio della medicina tradizionale cinese, Lhasa e il Tibet. Poi la ripresa col viaggio in lungo e in largo in Marocco e i suoi deserti, poi la permanenza ad Asilah per il festival di incisione nel ’95. Nel ’97 l’esperienza sciamanica in Nepal (dove ero stato invitato da Romano Mastromattei in una missione di Tor Vergata come artista con interessi antropologici) s’inserisce nel periodo parigino (1996-98) cui fa seguito l’invito in Portogallo (1999-2001). Ogni tappa è stata fondamentale e ha caratterizzato nuove forme espressive, facilmente riconoscibili.
 
Esiste il dialogo tra culture per antonomasia distanti? Può essere la creazione artistica il suo tramite?
 
Nel 94 con l’installazione Nome di Lancia, creai un dialogo tra la cultura calda, della terra rossobruna africana arsa dal sole e quella fredda, giapponese, simboleggiata dai giardini zen. L’intuizione mi venne dalla tribù dei Nuer del Sudan che durante il rito d’iniziazione del giovane alla vita sociale gli conferiscono una lancia e un nome-di-lancia. La rappresentazione delle lance a parete su 4 tele si rispecchia sul giardino zen formato da quattro aree intelaiate della dimensione del tatami giapponese. Tutt’intorno si alternavano ritmi tribali africani e musiche liriche giapponesi.
“Nome di Lancia” dà il titolo all’ultimo ciclo di lavori che Marco Fioramanti presenta nello spazio dell’Officina di Gorgia. L’installazione è formata da un’opera pittorica di grandi dimensioni, divisa in quattro parti contigue tra loro, che si riferisce ad una ben precisa pratica rituale della popolazione Nuer nel Sudan. “Nei riti sacrificali di questo popolo – scrive Fioramanti in catalogo rispondendo alla lettera aperta della curatrice, Lidia Reghini di Pontremoli – ciò che provoca grande im¬pressione non è tanto la figura dell’officiante, o quello che dice, quanto la lancia brandita nella mano destra. […] Nella simbologia Nuer, il grido e la lancia come estensione del braccio destro sono un modo per poter vedere tutto insieme”. Contraltare dell’installazione, a terra, un Giardino zen, opportunamente in equilibrio bordato da quattro telai, speculari alla tela a parete. Completano l’allestimento della sala odori d’incenso e musiche rispettivamente africane e orientali. Un’operazione tanto azzardata quanto riuscita: affrontare la contaminazione delle culture e l’analisi dei comportamenti delle culture extra-occidentali (alle quali l’artista ci ha abituato da oltre dieci anni) permette di “superare una nozione di entità separata e indipendente”. “Tutto interagisce con tutto”, dice Fioramanti. Questa rassegna vuole essere un esempio di attenzione: all’essere-con-le-cose, senza creare separazioni, cercando di sviluppare, secondo gli insegnamenti taoisti e zen, la chiara consapevolezza di ogni momento in cui ci separiamo dalla vita. (Enrico Crispolti, “Arte In”, aprile 1995).
Parlaci dei movimenti di cui sei fondatore, come il Gruppo Multimediale Trattista Berlin.
 
A Berlino Ovest era molto facile solidarizzare tra artisti e a creare gruppi attorno a una poetica. Il patrimonio espressivo legato al primitivismo astratto, che aveva dato la nascita al Movimento Trattista romano, si espande a Berlino nella multimedialità, caratteristica dell’epoca. Nasce il gruppo berlinese con Christiane Kluth (coreografa e danzatrice tedesca), David M. Thompson (musicista inglese, violino/pianoforte), Julie O’ Grady (voce recitante americana) e il sottoscritto che inscenava una pittura live rivolta verso il pubblico su un grande telo trasparente. Dopo le prime esibizioni a Berlino, il Senato alla cultura finanziò una lunga tournée in Gran Bretagna (Bristol Lodra, Fringe Festival di Edimburgo) e la partecipazione al Theaterfestival di Monaco di Baviera (1985).
 
Ti piace scrivere, infatti sei stato co-redattore del Manifesto Trattista ed hai dato vita al periodico cartaceo NIGHT ITALIA, bellissimo nei contenuti e nella sua veste grafica. Hai altresì scritto un e-book dal titolo “Conversazioni con l’arte contemporanea”. Prediligi la narrazione scritta o la pratica di visual artist/performer?
 
La scrittura fa parte integrante del mio lavoro. I testi che scrivevo per Julie durante le performance erano una sorta di descrizione onirico-sciamanica di ciò che la gente vedeva nell’azione dinamica di colore, note e movimento. Night Italia si occupa di mostrare il glamour delle culture Underground, l’e-book sull’arte contemporanea raccoglie tutta una serie di articoli con un’ottica divergente dai testi ufficiali di storia dell’arte circa le avanguardie storiche e non solo (a breve uscirà un nuovo e-book di aggiornamento dell’ultimo anno). Per rispondere alla tua domanda, dovendo scegliere, direi che l’aspetto creativo del linguaggio scritto ha la priorità.
 
Per l’assocazione TRAleVOLTE hai realizzato installazioni enormi, che ricordano l’artista plastico e designer catalano Joan Brossa. Ci parleresti di una di esse?
 
Nel novembre 2009 l’allora assessore alla cultura Umberto Croppi stimolò tutte le associazioni culturali e le gallerie a proporre un evento per il ventennale della caduta del Muro di Berlino. Fui contattato dall’architetto Francesco Pezzini di TraleVolte a richiamare in qualche modo la mia storica installazione della Volkswagen contro il Muro di Berlino del 1985.  Così decisi di gettare in opera un muro in cemento armato affogando nel getto una bicicletta tedesca in modo che rimanesse longitudinalmente all’interno del muro, come se fosse rimasta bloccata all’istante, metà di qua, metà di là. Tre anni dopo proposi alla stessa associazione di mettermi a disposizione un’area di cantiere per la costruzione della prua di una grande arca che sarebbe scesa lungo la Scala santa. Sei mesi di lavorazione e finalmente nel dicembre 2012, a 17 secoli dalla vittoria di Costantino, si festeggiava in modo rituale la fine delle persecuzioni cristiane. In realtà la mia ricerca è anche legata alla diversa lettura biblica del diluvio, in quanto originariamente la terra era completamente avvolta dalle acque e l’arca si arenò grazie alla separazione degli oceani che provocarono la nascita degli anfibi, l’istinto naturale dei girini li portò a crearsi delle sacche polmonari per respirare sulla terra ferma.
 
Cosa vuol dire “Avanguardia” secondo il tuo sentire?
 
E’ sentire in anticipo lo Zeitgeist, è essere nel proprio Tempo, un fenomeno alchemico irrefrenabile che si produce quasi per incanto e dà fuoco lentamente alle polveri… Il vento dell’Avanguardia lo senti spirare da lontano, è il futuro che ti viene a raccontare un nuovo stile di vita, alternativo, possibile, coerente.
Tra le mie opere preferite, vi è senza dubbio “Sectio Aurea” per via del valore simbolico della luce, al centro dell’opera stessa. Vorrei indagare sulla sua genesi.
 
L’attenzione alle forme primarie, il numero aureo che regola la Natura, il legame tra retta e cerchio, noto già ai tempi dei Babilonesi. Ho inteso trovare i legami e rapporti dimensionali dello spazio espositivo, interagendo con gli archi in muratura e la superficie di muro circolare che li delimita rivestendola di color oro secondo la tecnica di doratura medievale. Quattro tondini semicircolari in acciaio rivestiti a foglia d’oro chiudevano il cerchio formato dagli archi. Lampadario a 16 luci progettato su ispirazione di quello di S.Sofia/ Costantinopoli realizzato con materiali di recupero e trattato a foglia d’oro, diametro cm 120.
 
Hai un’affezione particolare per gli oggetti, che condivido con entusiasmo. Generalmente, si parla dell’influsso della persona sull’ambiente. Io ti chiedo: in che modo credi che l’ambiente influisca sull’uomo?
 
Gli oggetti realizzati dall’Artista sono oggetti di potere. L’ambiente modifica e condiziona l’essere umano. L’Artista sceglie volta per volta l’ambiente che gli permette di trasformare l’energia in un prodotto creativo.
 
Quali sono i messaggi che tenti di veicolare con più veemenza?
 
Che siamo fuori della bottiglia in cui il sistema vorrebbe farci credere intrappolati, fuori dal labirinto e fuori da tutti i tunnel possibili e che nessun treno ci sta venendo incontro perché noi su quel treno, in quell’Arca, ci siamo dentro, è il nostro sentiero da percorrere, la nostra memoria, dove stiamo scrivendo e vivendo il nostro racconto di viaggio.
 
Chiara Zanetti

 

 

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