“Senza la coscienza del dominio, ogni visione del mondo resta offuscata, mediocre, inferiore, perché superficiale o perché compromessa con il potere.” Margherita Ganeri

Pierre Bordieu in “La domination masculine” riesce ancora una vota a studiare gli schemi cognitivi latenti e substrati profondi della psiche sociale, al fine di fornire un’anamnesi del profondo in grado di evidenziare come il dominio maschile sia una delle trappole più subdole con cui quotidianamente ci confrontiamo senza rifletterci, perpetrata conscia e incosciamente dagli uomini come dalle donne.

Secondo il sociologo francese siamo tutti vittime e, insieme, tutti responsabili degli assetti simbolici che ci compongono e che contribuiamo a tenere in vita, e il suo studio reca in sé l’implicita rivitalizzazione della massima socratica del conosci te stesso se vuoi capirti e capire il mondo, e persino se vuoi sperare di cambiarlo.

Questo articolo si basa sulle riflessioni di Margherita Ganeri in un paper intitolato “Pierre Bourdieu, Il dominio maschile, 1998”, che ho trovato in rete e ho pensato di rielaborare nei suoi passaggi più salienti al fine di concentrarmi su un aspetto dei Gender Studies che ha sempre destato il mio interesse.

Scrive la Ganeri: “Diviso tra due estremità spazio-temporali, il libro è dedicato alla società francese contemporanea, ma parte da lontano, e cioè dallo studio etnografico dei berberi di Cabilia, una popolazione che, in seguito all’isolamento, ha conservato fino a oggi una cosmologia androcentrica incontaminata rispetto a quella di altre civiltà mediterranee. L’analisi della società contemporanea viene affrontata nell’ottica di una metodica comparazione, che la accosta, in un cortocircuito stridente, a una società tribale arcaica.” Come si evince, dunque, queste società apparentemente lontane presentano simmetrie angosciose e angoscianti.

In “La domination masculine”, l’autore osserva che una caratteristica fondante della cultura contemporanea sarebbe la facoltà di occultamento della violenza intestina; ne deriva che si eserciterebbe un’introiezione delle forme di dominio (in questo caso maschile) nell’inconscio in forme di estetizzazione socialmente riconosciute. La violenza non solo non viene percepita come tale ma viene valutata come valore, bellezza, spontaneità e trasmessa similmente persino dai mass media.

Prosegue la Ganeri: “A questo primo piano di oggettivazione seguono le considerazioni teoretiche e socio-critiche: si esercita in questo circuito la brutalità di una struttura di potere e di sopraffazione che non ha nulla di naturale, ma i cui valori cognitivi strutturanti, costruiti per polarità oppositive, sono del tutto arbitrari e puramente funzionali alla conservazione dell’ordine dominante (…) Il messaggio che se ne ricava è che la discriminazione sessuale sia l’ordito costante, antropologico, di un’unica grande era, della quale solo oggi comincia a intravedersi un inizio di erosione. L’antropocentrismo maschilista è l’egemonia di questa era, è il suo governo occulto, la sua falsa coscienza.”

Di più, “Svelare la logica del dominio è anzitutto una questione di ordine conoscitivo, il cui obiettivo morale coincide con il mostrarne la natura “per niente naturale”, ma invece totalmente convenzionale e violenta. Si tratta di un tentativo di autocoscienza che appare quanto mai difficile, essendo gli analizzanti parte integrante della cosa osservata.”

Gli intellettuali, secondo Bordieu, non possono esimersi dal considerare tali assetti assurdi ma quanto mai vivi e vegeti. Infatti, la Ganeri mette in luce: “L’impianto saggistico sembra essere mosso da una sorta di Je accuse latente al ceto intellettuale. A tale accusa si collega un implicito monito, che si traduce in una sorta di massima categorica: chi non riconosce la rilevanza assoluta del dominio maschile e non lo colloca al centro tanto delle pratiche sociali quanto del proprio lavoro conoscitivo non può dirsi all’altezza del mandato intellettuale.”

Fondamentale è osservare che “L’implicita prospettiva rivendicatoria, incentrata sulla dinamica dominanti-dominate, dai gradi minimi al grado estremo del binomio vittime-carnefici. L’autore del Dominio la recupera per rovesciarla nella forma aporematica della coincidentia oppositorum, in un quadro in cui siamo tutti vittime, e al tempo stesso tutti colpevoli e responsabili. Mentre non solo conserva, ma addirittura enfatizza la preminenza del conflitto tra i sessi, il suo sguardo paritetico abolisce ogni lettura vittimistica o innocentistica di una controparte.” Bourdieu, quindi, condanna la compartecipazione e la condiscendenza non solo femminile al potere maschile. Non gli interessa tanto la lotta per migliorare la condizione femminile, quanto lo scardinamento della logica sessista. E ciò in virtù della considerazione anche del maschio come vittima; infatti, l‘omeostasi del dominio maschile è dinamica, e alla sua conservazione concorrono passivamente tutti gli agenti sociali.

“Convincente resta la descrizione del quadro sociale che, dalla famiglia alla scuola, alla Chiesa, allo Stato, alla politica e al mondo delle professioni appare omogeneamente «responsabile della riproduzione effettiva di tutti i principi di visione e divisione fondamentali». Dai condizionamenti sinergici prodotti in queste sedi dipende la complessa genesi della nozione di femminilità come genere debole, segnato dell’insufficienza a essere percepito per sé e dall’obbligo a essere percepito dall’altro. L’introiezione della subalternità da parte delle donne porta a forme di costante insicurezza e autosvalutazione e spiega perché, nelle società occidentali, anche dopo che sono stati acquisiti diritti politici e professionali, come quello di voto, o l’accesso, persino con pari opportunità, alle carriere, la disimmetria rispetto agli uomini resti costante.Scatta, nelle donne, un meccanismo di autoesclusione, nascosto dietro le presunte vocazioni femminili, che tendono a perpetuare, sia nella scelta degli studi, sia in quelle lavorative, la divisione tradizionale degli spazi di potere. Le dominate sembrano prediligere liberamente la sottomissione, sembrano voler restare ai margini del potere maschile, ricorrendo, per scelta, alle «armi dei deboli», e cioè al silenzio, o all’intervento sopra le righe, destinato ad apparire come una forma di esibizionismo isterico, oppure, tradizionalmente, alla seduzione, che rafforza «il rapporto stabilito di dominazione simbolica».”

Tutte le parti virgolettate appartengono al paper di Margherita Ganeri che ho citato a inizio articolo.

Chiara Zanetti

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