Il 7 settembre inaugura presso il Museo Francesco Messina di Milano la personale dell’artista Francesca Piovesan: “Noi”. La mostra, a cura di Sabino Maria Frassà, sarà visitabile dall’8 al 24 settembre, dalle ore 10.00 alle ore 18.00 (ingresso libero).
Promotori: CRAMUM e Studio Museo Francesco Messina
In collaborazione con: Fondazione Cure Onlus e Comune di Milano
Media Partner: Ama Nutri Cresci.
Di seguito, la mia intervista all’artista, che ringrazio profondamente per gli spunti di riflessione fornitemi.

Dopo esserti diplomata in Restauro di Dipinti Murali allo UIA di Venezia, hai ottenuto il diploma di secondo livello in Arti Visive, indirizzo Decorazione, all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Che valore dai alla formazione per la tua carriera artistica? Credi saresti riuscita a sviluppare la tua personale estetica a prescindere da essa?

L’Accademia è stata determinante; in particolar modo, il percorso fatto nell’atelier di indirizzo mi ha permesso di acquisire nel tempo gli strumenti per poter sviluppare e strutturare la  ricerca.

Nel 2015 hai vinto il premio Cramum, che gratifica le giovani eccellenze artistiche italiane mettendole a confronto con grandi nomi affermati su scala internazionale. Come ti sei sentita quando i giurati si pronunciarono a tuo favore? Cosa hai ricavato da questa esperienza?

Vincere è stata una splendida sorpresa, l’opera presentata  a Cramum era molto sperimentale ed era parte di una ricerca in divenire che coniugava  fotografia, tracce di corpo e pratiche chimiche mutuate dalla criminologia dell’800.  Diversamente da altre realtà in cui vincere il premio sembra essere il punto di arrivo, con Cramum invece si è aperto un percorso di due anni fatto di  collaborazioni  e confronti, con l’obbiettivo finale di realizzare un’esposizione personale. In questi due anni sono stata costantemente affiancata dal curatore Sabino Maria Frassà ed è stato un percorso di crescita che mi ha obbligato a riflettere su dinamiche lavorative che prima faticavo ad affrontare.

In realtà, il premio Cramum giunge a coronare una serie di successi a livello mondiale. Hai infatti esposto in Albania, Argentina, Croazia, Montenegro e Ungheria. Che rapporto hai con il “foreign”? Con un volo pindarico, accosterei il tuo percorso a quello mitologico di Giano bifronte, una delle più antiche divinità romane protettore degli inizi e dei passaggi. Sei infatti a un tempo rivolta all’Io e all’Altro, su un ponte levatoio che congiunge l’Italia con l’Europa balcanica e l’America meridionale. In fondo, credo che l’elemento umano – e parlo di emotività e sentimento – costituisca la quintessenza di ogni luogo al mondo, il denominatore comune innato e ineliminabile. Sei d’accordo?

Credo che l’elemento umano sia fondamentale, una parte del lavoro è fatto di contaminazioni, rielaborazioni e incontri con idee ed emozioni  che ci restituisce il confronto con gli altri, sia in fase di produzione sia a lavoro ultimato, quando l’opera è affidata all’ interpretazione del fruitore. Se posso cerco di seguire fisicamente le esposizioni in cui sono coinvolta, è l’occasione per osservare il proprio lavoro dialogare con i diversi contesti espositivi e culturali, soprattutto uscendo dai  confini italiani. Apparteniamo a svariati contesti culturali  e si vede nelle sfumature, poi però ci si riconosce nell’altro in molte cose, non ci si scopre mai così lontani, ciascuno con il proprio vissuto e con le proprie  ricerche .

Ho scelto “Ottocentoventisette” come immagine di copertina perché mi ha colpito particolarmente. Potresti darci la chiave interpretativa dell’opera?

Ottocentoventisette è nato dall’iniziale intento di misurare la superficie del mio stesso corpo. Nel quotidiano è una pratica  comune misurarsi, pesarsi, controllare la propria taglia, nel mio caso si trattava di conoscere il proprio corpo in veste di soggetto e oggetto di indagine, con lo scopo non di ottenere un risultato oggettivo, piuttosto di vivere l’esperienza nella sua processualità. Per circa un mese, ho misurato la superficie del corpo con un metro, annotando le aree e le misure con un pennarello direttamente sulla pelle. Era diventata una pratica quotidiana  che si sviluppava parallelamente alle altre attività che svolgevo nella giornata, un continuo relazionarsi con il proprio corpo, nell’impossibilità di avere l’abituale padronanza e affidabilità del gesto: la pelle continuava a respingere le tracce di pennarello, le linee rette tracciate si curvavano al solo respiro o nel tentativo di compiere il gesto successivo. Misurare la superficie di pelle che ci ricopre è come misurare  il limite della nostra persona fisica, un confine naturale e mutevole che ci separa e contemporaneamente ci relaziona a ciò che sta fuori. Riguardando a questo lavoro a distanza di tempo, la mappatura del mio corpo, nella sua mutevolezza e approssimazione, mi fa pensare alla mappatura  dei  corsi dei fiumi che continuano a mutare il loro corso proprio perché sono fiumi.

Come si arriva a “Noi”?

Questo ultimo ciclo di opere è in stretta continuità con il ciclo “Impressioni” presentato a Cramum, quindi rimane un lavoro sulle tracce del corpo e apparentemente  sembra focalizzato esclusivamente sul mio corpo, bloccato in posizioni quotidiane, ma la scelta dell’utilizzo dello specchio  impone la costante presenza dell’altro. Le impronte del mio corpo sono inglobate,  attraverso il processo chimico, nella  superficie specchiante data dall’argentatura retrostante al vetro. Lo specchio  è come un caleidoscopio di immagini, una superficie  che restituisce immediatamente ciò che appare senza nessuna mediazione rappresentativa; per sua natura fisica non ha un’immagine propria,  restituisce un riflesso che non permane. In questo caso, invece, nella stessa superficie specchiante è inclusa la traccia di una presenza che si relaziona con ciò che la circonda, diventando punto di contatto tra l’io e l’altro. Rispetto ai lavori precedenti, il corpo continua ad essere il primo strumento di accesso al mondo e conoscenza, e la fotografia è sempre presente,  intesa come processo chimico, in una dimensione quasi tridimensionale.

Infine ti porrei dei quesiti apparentemente scontati, ma molto significativi. Cos’è per te l’arte? E chi è l’artista?

L’arte dovrebbe essere un territorio di indagine che traduce concetti  e riflessioni personali in concetti universalmente leggibili e interpretabili. L’artista manipola situazioni fisiche ma anche sociali, fa uso di tradizioni e consuetudini così come di tecnologie e materiali innovativi ancora non esplorati, e restituisce quanto ha “rubato” in una nuova forma, inaspettata, che ribaltando i nostri punti di vista ci porta a sorprenderci e ad aprirci a nuove possibilità.

Chiara Zanetti

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