Cara Donatella, grazie per aver accettato di essere intervistata per “TrAmando Milano”. Intraprendi la tua carriera artistica negli anni ’80 nel campo delle arti visive. Come ti sei accostata a questo mondo? Qual è stata la genesi del tuo primo progetto?

Ho fatto una lunga gavetta nel mondo della grafica e della comunicazione prima di prendere il coraggio di “espormi” in prima persona. Ho sempre disegnato, fotografato, scritto, ma non so se per pudore o per insicurezza, ho atteso il momento che l’urgenza si trasformasse in necessità. Il punto di svolta è piuttosto recente, risale a meno di una decina di anni fa, quando un caro amico fotografo – che aveva colto questa mia necessità – pensò di organizzare una colletta tra amici e regalarmi per il compleanno una nuova macchina fotografica con l’intento di spingermi a iniziare a fare le cose sul serio. E così è stato. Ho cominciato dalla cosa più vicina, fotografando il mio corpo.

Devo dire che sono sempre state le relazioni umane che hanno dato senso anche al mio lavoro artistico. Sono grata a tutti quegli amici che mi supportano in ogni avventura nuova che intraprendo.

Dal 2009 ti concentri su un percorso di ricerca che ha come fulcro il corpo e l’identità. Qual è a tuo avviso il legame tra queste entità?

Tutti noi abbiamo un rapporto abbastanza complicato, e spesso tormentato, con la nostra immagine, nello specchio, nella fotografia o semplicemente nel momento in cui ci preoccupiamo di apparire in un certo modo. Generalmente l’immagine mentale (interna) che abbiamo di noi stessi non coincide pienamente con quella reale (esterna), che poi è quella che presentiamo al mondo. Winnicott parla della funzione “specchio” svolta dalla madre nel corso dello sviluppo infantile del sé, in cui il bambino si vede riflesso. Così noi, da adulti, continuiamo a vederci attraverso gli occhi degli altri, o meglio attraverso l’immagine che immaginiamo che gli altri abbiano o debbano avere di noi. L’autoritratto fotografico, grazie alla sua potenza comunicativa, funziona in modo simile allo specchio di Winnicott, in cui abbiamo la possibilità di vedere riflesse e di esprimere la molteplicità della nostra interiorità.

A un certo punto ho sentito l’esigenza di venire in contatto con la rappresentazione della mia immagine interiore, per riappropriarmi di un senso d’identità che in quel preciso momento della mia vita mancava, e quindi l’autoritratto fotografico mi è sembrato il modo migliore. Una volta raggiunto l’obiettivo, mi sono resa conto che l’autoritratto poteva essere un vero e proprio mezzo creativo per esprimere anche altro a livello artistico e la mia ricerca è continuata in quella e nuove direzioni. Oltre all’autoritratto, infatti, ora ho altri progetti in gestazione.

 

“I caratteri disposti dallo stampatore non rendono l’impressione, il significato, il senso principale, | più di quanto la sostanza e la vita di un uomo non lo rendano nel corpo e nell’anima, | indifferentemente, prima della morte o dopo la morte. | Osserva, il corpo comprende e afferma il significato, lo scopo principale, include e afferma l’anima; | chiunque tu sia, quanto superbo e divino è il tuo corpo, o ciascuna sua parte!” Questo testo è di Walt Whitman. Si desume un legame profondo tra interiorità ed esteriorità. Del resto, gli studi antichi sulla fisognomica palesano come tale laccio sia sempre stato perlomeno presentito. Sei d’accordo? Ti va di rivelarci qualcosa sulla tua visione in proposito?

Non so dire se le deduzioni della fisognomica abbiano basi reali, ma personalmente ho sempre pensato il corpo come linguaggio, un ponte tra il nostro mondo visibile e quello invisibile e che questi due mondi fossero inscindibili e non potessero esistere uno senza l’altro. Il nostro corpo parla e sta a noi imparare ad ascoltarlo. In un mio progetto del 2013 – intitolato appunto Non si può scindere l’anima dal corpo che la contiene – ho voluto esplorare il tema del “dualismo”, che accompagna fin dai primordi la storia dell’uomo, partendo dalla teoria psicanalitica dell’ombra di Carl Gustav Jung.

Sei un’artista che, oltre all’interesse per la fotografia, nutre anche quello per la scrittura. Mi viene in mente Clara Janés e tutto quel filone poetico post-moderno che congiunge grafica e parola scritta. Secondo te, si può parlare di opere amplificate in questo senso?

Io sono sempre stata per la contaminazione tra i diversi generi artistici, sicuramente avere la capacità di far interagire più media, in modo equilibrato, da un senso più alto all’opera, un valore aggiunto alla stessa. E comunque credo che un artista, in quanto tale, debba essere sempre aperto a esperienze diverse, alla ricerca, qualsiasi cosa può essere materiale artistico o ispirazione, se non ci si pone limiti.

Personalmente sono di natura curiosa e sperimentale. Se qualcosa mi appassiona voglio “metterci le mani”, immergermi, conoscere e capire. Il mio avvicinamento alla scrittura è stato successivo alla fotografia – prima di tutto da lettrice appassionata, poi come praticante – e ho ancora molto lavoro da fare prima di poter dire di averla fatta mia. L’acquisizione di un’arte è un processo lento e progressivo, bisogna essere capaci di mettersi in ascolto e avere l’umiltà di imparare e aspettare.  Non è detto che in futuro non mi trovi nella posizione di provare anche altre strade. Non mi mancano le idee e la voglia di mettermi in gioco.

Per tornare alla poesia e alla fotografia – per quanto mi riguarda anche l’illustrazione – sono modalità espressive parallele, ma sicuramente si influenzano a vicenda, dove non arriva una ci arriva l’altra. Anche perché le tematiche su cui lavoro sono un po’ le stesse. La fotografia ha tempi e modalità creative diversi dalla poesia, ma possono esprimersi simbolicamente allo stesso modo: con immagini e metafore. Trovo che la poesia possa essere considerato il genere letterario che si avvicina di più alla fotografia, forse per questo ultimamente ne sono così affascinata.

Parlaci del tuo libro, “Memento vivere”.

Memento vivere (pubblicato nel 2016 dalle Edizioni del Foglio Clandestino) è un libro nato dal silenzio. La morte, per imbarazzo o per tabù, spesso genera silenzio, abbiamo perso l’abitudine di parlarne, non fa più parte del nostro quotidiano. E il silenzio genera inevitabilmente un vuoto, io credo di aver cercato, almeno all’inizio, di riempire questo vuoto – lasciatomi dalla morte di una persona a me molto cara – di significato.

C’era un progetto fotografico, iniziato insieme e rimasto incompiuto, che non riuscivo, per tanti motivi a riprendere in mano, e la scrittura poetica, forse più intima, è stata semplicemente il naturale proseguo di quelle immagini.

Pian piano il lavoro di scrittura ha preso la forma di una raccolta che, assieme alle foto, ho concepito come un’opera unica, in cui le poesie non sono didascalie delle fotografie né le fotografie illustrano i testi, ma formano tre sezioni sullo stesso piano. Un omaggio a una persona che ha svolto un ruolo molto importante nella mia vita, un atto d’amore. Non poteva essere altrimenti.

Il titolo Memento vivere, che è il ribaltamento della frase latina memento mori, vuole celebrare la vita anche in presenza della morte. La morte c’è, è un fatto, dobbiamo prenderne atto e soprattutto dobbiamo ricordarci di vivere.

Da tempo, gestisci il Bezzecca Lab di Milano. Che ruolo rivesti? Che risultati stai ottenendo? Grazie mille

Non da molto e non da sola, in effetti. Il Bezzecca Lab ha appena un anno di vita. Con due associazioni, Magnolia Italia e Forma e Contenuto, abbiamo presentato – a un bando per l’assegnazione di spazi del Comune di Milano – un progetto che si propone di sviluppare modelli di comunicazione partecipativa, e di restituire al territorio uno spazio inutilizzato, favorendo lo sviluppo culturale della collettività. Abbiamo vinto e dopo i primi mesi di assestamento abbiamo iniziato l’attività vera e propria nel marzo 2017. Il Bezzecca Lab è uno spazio che nasce con l’intento di ricercare nuove modalità di narrazione e progettare incroci fra diverse forme di esperienza culturale sia umanistica sia tecnico-pratica. Durante il giorno io e altre due socie, Anna Anzani e Anna Ettore, portiamo avanti, mostre, gruppi di lettura, corsi e workshop di vario genere dalle lingue, alla scrittura, alla fotografia. La sera organizziamo eventi letterari, soprattutto di poesia per ora, ma abbiamo in programma con il tempo, di allargarci anche al cinema, teatro e alla musica. Insomma un luogo d’incontro e condivisione per gli abitanti del quartiere e non.

Io personalmente mi occupo della comunicazione e dell’organizzazione degli eventi e sono molto soddisfatta per questa partenza “esplosiva” alquanto inaspettata. In poco tempo ci siamo ritrovati ad avere un calendario colmo di proposte di qualità, grazie anche ai suggerimenti di tutti gli amici e collaboratori che volontariamente si sono messi a disposizione per creare un piccolo grande luogo di poesia. Nonostante Milano sia una città che offre molto, forse mancava un posto in cui si potesse avere un dialogo artistico/poetico attivo, in cui si accorciasse la distanza tra autori e pubblico. Io mi auguro che questo piccolo miracolo di 28 mq, basato sugli affetti, la stima e sul volontariato, possa continuare così e anzi magari migliorare l’offerta anche in collaborazione con altre realtà di zona. Perché, come dico sempre, il Bezzecca Lab è di tutti, ogni nuova idea è benvenuta e noi andremo avanti domani con lo stesso entusiasmo di oggi.

Chiara Zanetti

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