Caro Lillo, intanto grazie per avermi concesso quest’intervista.  

Sono rimasta piacevolmente colpita dalla tua musica, del tutto sui generis. Essa ha una connotazione dark, ma allo stesso blues e delle marcate impronte cantautoriali. I testi sono infatti fortemente poetici ed onirici… Parto da Lost In Space, la canzone che intitola l’intero album. Si parla di mancanze, di un’anima infuocata che si rifugia nella tristezza, quasi paralizzante. Si parla di desiderio, condizione esistenziale che ognuno ha provato sulla propria pelle… Che rapporto hai con quest’ultimo? Mi riecheggia nella mente la bellissima poesia di Ramon Sampedro, “Mare dentro”, il cui incipit recita: 

“Un bacio accende la vita con il fragore luminoso di una saetta, il mio corpo cambiato non è più il mio corpo, è come penetrare al centro dell’universo: l’abbraccio più infantile, e il più puro dei baci fino a vederci trasformati in un unico desiderio. Il tuo sguardo, il mio sguardo, come un’eco che va ripetendo, senza parole: più dentro, più dentro, fino al di là del tutto, attraverso il sangue e il midollo. Però sempre mi sveglio, mentre sempre io voglio essere morto, perché io con la mia bocca resti sempre impigliato dentro la rete dei tuoi capelli.”

Ecco il desiderio come condizione irripetibile, come fusione animica. Ti ritrovi in queste parole? Anche in te esiste questa spinta a conoscere l’oltre o l’altrove? Credi sia realizzabile attraverso l’amore?

Sì, tutto il mio lavoro e improntato sulla ricerca, prima tra tutti la title track “Lost in space” che parla, appunto della ricerca dell’altra metà, quella a cui tutti aspiriamo, qui descritta come una ricerca attraverso le vastità del cosmo, metafora dello spazio interiore dell’essere, vasto quanto l’universo stesso.

L’amore di fatto predomina ma in diverse forme. Amore per una donna, per la prole, per l’arte, per gli animali. Quale di questi – se ne esiste uno – senti come più viscerale?

Sicuramente l’amore per la mia progenie, sangue del mio sangue, che, come descritto in “You” ha attraversato momenti laceranti, dolore immenso, per poi, fortunatamente, risolversi nell’abbraccio caldo dell’amore padre-figlia.

Cosa ti porta a cantare e cosa ti lascia la musica? 

Canto “per vivere!” senza la Musica mi sentirei assolutamente vuoto… Quando su un palcoscenico, in un locale, davanti a una, dieci, mille persone posso esibirmi, mi sento realmente vivo… La Musica è linfa vitale, che scorre infuocata nelle mie vene, che fa palpitare il mio cuore e l’anima, che mi fa gioire, piangere, eccitarmi e scaldarmi come niente altro potrebbe. E per questo, per la planetaria diffusione della mia musica devo ringraziare Beppe Aleo di Videoradio edizioni Musicali, e Lucilla Corioni, di LC comunicazioni per il grande lavoro di divulgazione.

Esiste anche la fatica di raccontarsi, oltre al sollievo della liberazione?

Quando ci si conosce come io presumo di conoscermi, non c’è fatica, anzi, come dici tu, c’è un senso di liberazione, il piacere di comunicare ad altri i propri stati d’animo, la felicità di essere compreso…

Lo spazio è per antonomasia il simbolo dell’ignoto. In questo vi è anche il piacere della scoperta e dell’abbandono? Penso al participio “lost”, “perso”. 

Perso nel senso di un uomo che sta cercando ancora di trovare quello che sa che esiste da qualche parte, nei meandri dello spazio e del tempo, nelle circonvoluzioni dello spirito e del corpo…

Qual è la genesi de “L’Angelo”? Perché è l’unico testo in italiano?

Nasce come colonna sonora di uno short movie su San Francesco ma è diventato il ricordo di un bellissimo film “l’uomo che cadde sulla terra” interpretato dal grandissimo David Bowie, e l’immagine di questo alieno, venuto sulla terra a cercare una patria e lasciare il suo mondo morente, è  rimasta fotografata nella mia mente nella scena, poi descritta nei miei versi, di lui che scende rovinosamente per una collina di lava, è poi diventata anche metafora della caduta di Lucifero, l’angelo della luce del mattino. È in italiano perché pensata così, di getto…

Hai affermato a più riprese che la lingua autoctona è la tua preferita ma che hai scelto l’inglese in quanto idioma universalmente compreso. Hai notato un interesse più diffuso in termini di pubblico in seguito a questa scelta?

Certamente. La maggior parte delle altre, in inglese, in spagnolo, una addirittura in latino antico, l’unica “ cover “ tratta dai Carmina Burana del 1200 e rivisitata in chiave Metal Dark, sono scritte così perché diventano tramite di messaggi più universali… Sappiamo che l’inglese ormai è linguaggio globale, anche se penso che l’italiano resti la lingua più bella ed armoniosa che esista.

In genere, quando componi? Hai mai provato l’esperienza di una residenza artistica? Grazie!

Compongo di giorno di notte, nei momenti di relax, quando sono triste, allegro, pensieroso, arrabbiato, euforico… Non ho un momento particolare: quando arriva l’ispirazione, col mio telefonino, registro subito un appunto che poi perfezionerò insieme al mio musicista / arrangiatore Salvatore Adorno… E non ho un luogo in particolare… A letto, in viaggio, in campagna, al mare… Nella vasca da bagno…Grazie a te!

Chiara Zanetti

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