Una ragazzina, Alba, che vive la madre come una persona affetta da una patologia angosciante, la cuteness, un amore eccessivo per il cane Giorgio. Una ragazzina che si rivolge all’ufficio anagrafe per disconoscere la madre Eleonora ed affrancarsene. Così si apre “Il silenzio del gatto” di Roberta Garbaccio, docente di Filosofia e Storia del Liceo di Ischia, giornalista, autrice di testi di didattica ed economia alla sua seconda prova letteraria, dopo il fortunato “La Corte delle aquile”, edito da RCE.

Il romanzo, uscito il 17 gennaio scorso, è già in ristampa; un vero e proprio caso editoriale per una casa tra le più audaci e fresche sul territorio nazionale: Guida Editore.

Personalmente, non credo nella casualità e probabilmente nemmeno Roberta, la quale ha intessuto un rapporto di amicizia e stima reciproca con Fabrizio Caramagna, il più grande aforista italiano vivente che, attraverso una breve proposizione, è riuscito a fornire lo spunto per un romanzo denso e vitale come pochi nel panorama contemporaneo. L’aforisma in questione è il seguente:

“Quella notte, mentre gli uomini dormivano, tutti i libri si aprirono per un istante alla stessa pagina – una pagina che nessun lettore aveva mai letto – e mostrarono la vera storia di Dio e dell’Universo. Ma la vide solo un gatto e se ne andò senza dir nulla.”

Il testo si chiude con l’annuncio che il gatto non è stato ancora rinvenuto. Agli uomini, dunque, l’arduo compito di viaggiare e consumare prosopopee nel tentativo di ricongiungere i pezzi di vite andate in frantumi. Così è anche per la protagonista Eleonora, come vorrebbe Freud, affatto trasparente a sé stessa, salvo poi il riscatto che giunge come un climax nella parte centrale del romanzo e che le consente di rimpadronirsi, almeno marginalmente, della propria magra esistenza. Del resto, l’uomo trova compensazione come può a traumi mai davvero sviscerati, nonostante questo possa nuocere ad altri, alla propria famiglia in primis. Come suggerirebbe Lev Tolstoj, dietro ogni cortina famigliare sguazzano tensioni, relazioni rovinose, incomprensioni, nodi intricatissimi e febbrili, che solo col tempo o – come in questo caso- con un appassionante viaggio nel tempo (i magnifici anni Sessanta), possono trovare un minimo di risoluzione e cura. Uno strano incidente ed Eleonora si ritrova in una giornata del 1967: lei ha diciassette e la nonna ha comprato una mirabolante macchina che fa il bucato. Il paesino di Montefriscone di sotto assiste compatto all’evento del lavaggio. Il resto è susseguirsi di misteri, traversie e vicessitudini di rara bellezza.

Indiscutibile la qualità della scrittura della Garbaccio, la quale è riuscita ad allestire una sorprendente commedia umana come avrebbero potuto fare i grandi romanzieri del Settecento, condendola di colpi di scena, momenti di suspence, fittissimi parallelismi e sottili riflessioni di carattere filosofico. Tutto questo senza scordarsi dell’ironia, di destare sorrisi e insieme commozione, suscitare pensieri e reminiscenze, con un’abilità scritturale davvero unica e sui generis, posseduta da un carisma brillante per le agnizioni. Notevolissimi i dialoghi e la capacità di focalizzazione che modulano la narrazione, una commistione di giallo e romanzo storico molto particolareggiato, che investiga, tra le altre cose, la separazione -definita dalla stessa autrice più spirituale che geografica- tra Nord e Sud, la Campania e l’Emilia, ai tempi dominati da icone quale il marchio Coca Cola, il detersivo Tide e la Brillantina Linetti, la rivolta studentesca e molto altro ancora.

Bellissima la dichiarazione di fiducia verso i giovani che l’autrice ha rilasciato in un’intervista per “Il procidano”:

«I ragazzi sono geniali. O Meglio, molti di loro posseggono schemi mentali più potenti di quelli della nostra generazione per comprendere il mondo contemporaneo. Per questo va data loro fiducia. Anche se a volte sono faticosi. Ma anche noi siamo stati faticosi per i nostri genitori. Chi non lo è stato a suo tempo ha fatto danni molto peggiori in vecchiaia. Le rivoluzioni devono essere fatte all’età giusta, altrimenti si diventa ridicoli».

Concludo perché non voglio spoilerarvi nulla della trama complicatissima del romanzo. Del resto, un mondo senza segreti può essere la più crudele delle prigioni ed infatti, anche nel libro, il gatto rimane il magico depositario di un sapere inaccessibile all’uomo, di una verità che può essere un pallido feticcio di sé stessa se rivelata completamente.

Chiara Zanetti

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