In funzione reale o simbolica, il faro è un topos noto sia in ambito letterario che delle arti visive, in particolare della pittura.

Per esempio, Italo Svevo, allo scopo di  simboleggiare i due momenti di costruzione del fatto letterario, parlava di “Poetica del Faro e della Formica”. In un primo momento vi sarebbe la luce, l’ispirazione o, se vogliamo, il sentimento del’intuizione. Solo in seguito subentra il momento della formica, ovvero quello della riflessione e organizzazione dei dati, per fissare gli oggetti ispirati dalla “fase-faro” nell’interiorità dello scrittore. La formica approfitterebbe dell’attimo di intermittenza della luce per trovare la via che porta al faro, sua ispirazione. Una metafora densa e molto dolce, sagacemente ripresa da molti autori postumi.

Trattando l’argomento, non si può poi prescindere dal famoso romanzo di Virgina Woolf: “Gita al faro”.  Come sottolinea B. Coppola in “L’ineffabile bellezza”, l’unico fatto di Gita al faro è “il modo di essere al mondo della signora Ramsay, il suo esserci per il mondo e per gli altri  caratterizzato, quasi dominato, dalla sua bellezza.” Eccola lì a creare una pausa momentanea dalla confusione generata dagli altri membri della famiglia, nel suo angolo di ombra fatto di equilibrio e stabilità. La sua bellezza è cosa viva e tangibile, che agisce e plasma il mondo che la circonda, come il faro indica l’agognata via di casa ai marinai. Più madonna che donna, la signora Ramsay ha in sé una forza generatrice di luce e di senso proprio sull’eco di traiettorie socio-familiari. Nel testo, il marito rappresenta bourdieunamente colui che dice sempre la verità, che prova a educare i figli all’estrema durezza del mondo, mentre la signora Ramsay tenta di stemperare la rigidità con un illusio originaria: “Ma può darsi che faccia bel tempo; secondo me, farà bel tempo”.

Diversamente dai fari d’oggi, in genere elettrici, il faro agli arbori della storia era adoperato come torre per segnalare la costa, luogo di avvistamento antico con fuoco, ma anche edificio militare per guardia, vedetta o avvistamento. Il faro più noto del mondo antico si trovava per l’appunto sull’Isola di Pharos, di fronte al porto d’Alessandria in Egitto; edificato tra il 300 e il 280 a.C., rimase attivo fino al XIV secolo.
Questo quando ancora si riteneva che la costa fosse un “confine”, e si potesse essere attaccati via mare.

Un impatto più diretto al tema lo mette a disposizione senz’altro la pittura. In questa sede, tratteremo l’autore che fece del faro fonte di ispirazione per molteplici quadri: Edward Hopper. Il pittore americano soleva trascorrere le sue vacanze con la moglie a Cape Cod. Qui si innamorò ben presto dello scenario e dei paesaggi della zona costiera, sviluppando un fascino intenso per i fari del’area, che divennero tema ricorrente delle sue opere. Bellissimo l’acquarello del Lighthouse Porthead, in Maine.

Il blu vivido di sfondo e il cielo pallido mettono in risalto la struttura in primo piano. L’autore, noto per i suoi ritratti realistici della solitudine e alienazione vissuta dal popolo americano dopo la “Great Drepession”, rivive il tema dell’isolamento in questi quadri paesaggistici, che la moglie dopo il suo decesso nel 1967 arrivò a definire come “autoritratti”.

Chiara Zanetti

 

 

 

 

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