Caro Riccardo, uno speciale ringraziamento per aver consentito ad essere intervistato.

Il tuo percorso si è plasmato inizialmente sull’arte-terapia. L’arte, a livello psichico, gioca infatti un ruolo di primo piano, essendo in grado di indurre un profondo cambiamento dell’Es. Vuoi raccontarci la tua esperienza in merito?

Innanzitutto grazie per il tempo speso ad osservare il mio lavoro e trarne in sunto un canovaccio per permettermi di raccontare un po’ di me. Si, l’arte-terapia è stato il ponte che ha permesso alla mia creatività di passare da un livello illusorio ad uno concreto di espressione e comunicazione multidisciplinare. Entro nel merito del mio percorso di vita, che una quindicina di anni fa mi ha portato ad un momento intenso di riflessione su di me, sul mondo delle mie emozioni e su quanto esse si trasformassero in un’arma che rivolgevo contro me stesso.
Attraverso il connubio tra arte-terapia, danza-terapia, bio-energetica, mindfullness e psicoterapia ho attraversato i “miei problemi” eviscerandoli e trasformandoli in risorse, in tratti caratteristici che in modo naturale sono diventati il mio principio creativo multidisciplinare e d’improvvisazione. Ho notato nel mio percorso di cura che la danza-terapia smuoveva e l’arte-terapia, fissava ciò che si era smosso al di fuori di me, dandomi la possibilità di guardarlo con un maggior distacco di come invece lo sentivo dentro. Individuare questo processo mi ha dato lo spunto poi in autonomia di fare una ricerca specifica sulle emozioni, utilizzando anche i principi base del teatro di Stanislavskij. Nell’arco di questo primo periodo lavoravo a livello pittorico sulla carta utilizzando tempere e colori acrilici a mani nude. Avevo trovato in un rotolo di carta la risposta alle mie esigenze di lavoro fisico sul materiale senza stracciarlo o bucarlo e al tempo stesso decidendo volta per volta i formati di lavoro; una volta terminato il rotolo di cento metri non ho più avuto la s-fortuna di ritrovarne uno con le caratteristiche adatte alle mie esigenze e sono incidentalmente incappato nei pannelli di legno esito di un trasloco da una casa a un’altra. Una volta terminati quei pannelli ho iniziato a girare la città di notte per recuperare materiale abbandonato da altri e pronto per le discariche; in questo periodo, ho avuto modo di incontrare il modo della street-art, osservando l’incessante lavoro dei writers Milanesi e le loro opere.
Dopo una quindicina di mesi un amico amante dell’arte e in quei tempi compartecipe del mio processo di crescita e cambiamento, vedendo la mole di materiale da me prodotto mi ha spinto a mostrarlo al pubblico, dandomi l’opportunità di avere uno spazio collettivo in zona Fuori salone del Mobile via Ventura. Sempre in quel tempo mi resi conto di quanto era faticoso movimentare i pannelli di legno e sono approdato alla tela. Per non perdere la la sensazione di rigidità del legno e ricollegandomi ad un passato remoto in cui aiutavo mio padre a riparare le barche con il vetroresina (avevo allora dieci anni) ho iniziato ad utilizzare la resina. Non perché lo fanno gli altri, non per vendere, ma semplicemente per ricollegarmi alle miei origini.
Durante tutto questo periodo di ricerca pittorica ho iniziato a frequentare un corso di formazione triennale (quattro con la tesi) in danza-terapia e a comprendere che c’era un legame molto più forte e profondo tra le due discipline comunicativo/espressive: l’improvvisazione.

Pariteticamente, ricollegandomi alle mie radici, ho avuto l’epifania che una volta suonavo il pianoforte (sette anni di studi classici da privato) e per VENTI anni non ho più toccato un tasto. Improvvisazione e pianoforte uniti nella medesima riga mi hanno portato a riprendere a suonare, studiando jazz con un maestro speciale: un uomo che ha fatto dello studio sull’improvvisazione la fonde più grande di piacere della sua vita: Mario Gagliardi.
Eccomi quindi ad un certo punto ad avere non uno o due canali espressivo comunicativi ma tre: la danza-terapia, il pittorico e la musica jazz. Nessuna di esse punto fermo di partenza, transito o arrivo.
Poi sempre per sperimentare diversi media, sono approdato ai muri attraverso i quali ho iniziato timidamente a lavorare in verticale e con un po’ di figurativo.

La tua carriera pone le basi nella ricerca, direi spazio-temporale. Ti muovi infatti tra l’Italia e l’America Latina quasi incessantemente, assorbendo esperienze che poi accogli e riproponi attraverso i tuoi lavori. Cosa significa per te viaggiare? Cosa ha comportato per la genesi delle tue opere?

La dimensione del viaggio di questi ultimi anni (a parte l’Argentina – Buenos Aires, anche la Polonia e l’Albania in cui ho lavorato a quattro mani e sono stato in mostra) è legata al fatto che non posso più contemplare una “vacanza” senza che in essa si danzi, suoni o dipinga: inimmaginabile. Ahimè, questo tipo di viaggi mi hanno momentaneamente allontanato dal mare e dalla natura, sebbene la decisione di trasferirmi sul lago di Como in realtà ha compensato egregiamente.
Viaggiare in Argentina è stato sinonimo di andare a conoscere le radici della danza che pratico, “insegno” e metto in scena: Maria Fux. Ballerina coreografa novantacinquenne, ora un’amica, che ha fatto della danza-terapia la sua sua vita e viceversa.
Nel tempo trascorso a Buenos Aires, oltre che ricevere un secondo diploma sotto la supervisione di Maria Fux stessa e ricevuta l’abilitazione e il permesso di formare a mia volta danzaterapisti secondo il metodo Fux, ho avuto modo di confrontarmi in modo profondo con la cultura Argentina e in genere latino-americana sul campo, girando per i quartieri della città a piedi, parlando e facendo arte a quattro mani sia a livello pittorico sia a livello multidisciplinare. Buenos Aires ora è la mia seconda casa dove ho affetti e abitudini esattamente come qui in Italia e quindi la dimensione del viaggio è diventata altro, un semplice sentirsi a casa.

Passiamo a 3.0, un’esperienza di menage artistico a trois che ha coinvolto anche Annalisa Iadicicco e Vittorio Simonini, debuttando a Milano, quindi approdando a Monza. Sei un po’ l’artefice di questo progetto che ha riscosso ampi consensi di pubblico e di critica. Come hai vissuto i vari stadi della sua preparazione? Ne sei soddisfatto? Cosa ti ha emozionato di più?

Sì, eccoci al 3.0; esso è nato da una mia intuizione di voler riunire nel mio studio due artisti apparentemente diversi al mio lavoro e trasformare l’esperienza di coppia creativa, da me ampiamente sperimentata, in qualcosa di più. Il 3.0. Anche il “titolo” è mio e nato dalla coincidenza di andare in mostra il 30/9 e ricollegarsi al significato profondo del trio che ad un dato momento si annulla nelle individualità che lo formano per permettere ad un’entità complessa di nascere e crescere. Difficoltà molte, soddisfazioni altrettante e il desiderio di proseguire questa nuova strada sono il termometro del mio stare nei confronti dell’arte, ora.
Non c’è un momento più emozionante di altri ma diversi momenti molto emozionanti: dal lavoro di costruzione della rete, all’incontro mentale, a quello fisico e lo scontro e alla nascita delle opere. Un mese e mezzo di una densità inimmaginabile e di un’intensità tuonante.

Hai portato in Italia il metodo terapeutico di Maria Fux, celebre danzatrice e scrittrice argentina. So che l’hai conosciuta personalmente e che la tua collega Gabriella Spadaro ne ha scritto un libro. Ci restituiresti uno spicchio di questo “racconto”? Secondo te arte visiva e danza sono espressioni complementari o parallele? Intendo dire, si incontrano arricchendosi o viaggiano separatamente?

Dunque una precisazione, non ho portato io il metodo di Maria Fux in Italia ma lei stessa e lo ha fatto a cavallo tra gli anni ’70 e 80 e con costanza ogni anno è ritornata qui da noi sino al 2007, piantando dei semi che sono cresciuti e sono diventate scuole. Ora ne fa le veci la sua prima alunna, Maria Jose Vexenat, collega e amica anch’essa.
Uno spicchio…vediamo. Il primo incontro e la prima danza si sono trasformati nell’opportunità che Maria mi ha dato di frequentare ed essere il benvenuto nel suo studio di Buenos Aires gratuitamente. Conseguente l’amicizia che ad esempio mi ha portato nel Natale del 2016 a pranzare in famiglia con lei e suo figlio e alle telefonate settimanali per raccontarci come stiamo e cosa stiamo vivendo. Un’amica unica, speciale, specialissima.

(Nella foto a destra una performance di danza presso la Biennale di Venezia).

Gli elementi naturali, come l’acqua, trovano notevole spazio nelle tue opere. Cosa significa per te il contatto con la natura? In che modo questa diviene parte dell’ambiente culturale? Ci sono messaggi che vuoi trasmettere, come per esempio la sua preservazione?

Gli elementi naturali fanno parte integrante della mia vita, ecco spiegato il perché sono presenti nelle mie opere. A cinque anni ho fatto per la prima volta sci nautico con il monosci, al mare ho fatto tanta apnea, poi il brevetto con le bombole, la patente nautica, i viaggi in barca a vela… Ora vivo sul lago sempre per un ritorno alle mie origini, circondato da montagne, boschi, animali e ovviamente l’acqua del lago. Il mio studio è collocato lungo un fiume, per cui inevitabilmente vuoi per la brezza, il rumore o l’odore l’acqua è sempre presente. Quindi elementi naturali perché rappresentano una parte di me, della mia storia, del mio presente.
Non voglio trasmettere messaggi particolari, lo fanno già in tanti ed il mio rapporto con l’arte è fondamentalmente basato sul piacere.

I tuoi quadri, come le tue installazioni, hanno un forte impatto ottico, nonché emotivo. Ne sei consapevole?

Il forte impatto ottico ed emotivo delle mie opere rappresenta il mio mondo quindi posso solo riconoscere ed accettare che la visione del fruitore sia forte ed arrivi in modo diretto ma ripeto è la mia dimensione naturale, data dalle esperienze forti che ho vissuto più o meno consapevolmente. Nel contempo mi rendo conto che le persone sono alla ricerca di emozioni o comunque nel momento in cui le provano si sento più vive. Trasformare le proprie illusioni in realtà è il mio pane.

Perché essere artista oggi? Parlaci della tua visione del contemporaneo.

Io sono artista nella dimensione e nel momento in cui l’altro mi riconosce tale. Riconosco quanto progressivamente la mia vita sia cambiata nell’arco degli anni e di quanto la mia esigenza di comunicare abbia trovato sempre più spazio nella danza, nella pittura e nella musica fino al punto da non poter vedere alternativa migliore di vivere ciò che vivo come lo vivo e nell’esatto istante in cui lo vivo. Per poi lasciarlo andare e trovarne un altro. Guardandomi attorno, vedo che si vive molto più distanti che di istanti e quindi la mia scelta è caduta e cade quotidianamente sul qui ed ora. Domani chissà.

Come si coniugano arte e impegno sociale?

Inevitabile il coinvolgimento nel sociale. Dopo anni di lavoro educativo e in parte anche con la danza-terapia nell’ambito delle dipendenze, con i senza fissa dimora e l’utenza psichiatrica, nell’ultimo periodo mi sto concentrando nell’ambito della disabilità.
Conduco vari gruppi in strutture protette, residenze per disabili, e sto avviando un progetto di performance d’integrazione con un gruppo di ragazzi in un centro diurno, volto alla rappresentazione sul palcoscenico e alla performance integrata. Il mio lavoro insiste sul fatto che l’espressione corporeo artistica nella danza porta a trovare soluzioni creative proprie ed uniche; la creatività è sinonimo di cambiamento e trasformazione ed è nel principio stesso della danza-terapia lavorare sul limite trasformandolo in opportunità. Un po’ come se ad un certo punto ciò che scopri nella danza puoi portartelo nella vita di tutti i giorni.

Chiara Zanetti

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