Intervista a cura di Anna Silvia Angelini.

Incontriamo Marco Scali direttamente nel suo studio di Asti.

Alcune opere appese, altre poste sul pavimento, è il “disordine ordinato” dell’artista che ci accoglie nel suo atelier proprio quando è in preparazione l’ultima opera, quasi in attesa del tocco finale.

D. Marco quali sono state le tue prime esperienze? Quando hai iniziato a dipingere?

R. Le mie prime esperienze sono state di tipo creativo e sperimentativo… Ho iniziato a pasticciare con il colore molto presto, da bambino alle scuole elementari.

D. Parliamo dello stile e dell’ideazione: come prendono forma i soggetti delle tue opere?

R. Il mio stile si basa su intuizioni o visioni, che spaziano dalla pittura, alla scultura, dallo scatto di una foto, alla rivisitazione di un semplice oggetto, ma anche dall’art-design e dalle sottili sensazioni avvertite nella personalizzazione di un look pittorico effimero sul viso di qualche donna.

D. Quindi forse, dovrei dire come nasce una tua espressione creativa?

R. Ho sempre sostenuto una massima e su questo ho sviluppato la mia perdurata ricerca, anche se senza risposta: “la rappresentazione di un concetto o di un sentimento non importa… Ciò che conta è l’emozione!”.

Forse converrebbe riformulare la domanda in: “Come nascevano le tue opere?” il 2017 è stato l’anno dove quell’emozione che tanto inseguivo è stata compresa e ora ruota attorno alle mie nuove espressioni creative, per questo diventa arduo per me stabilire se la domanda sia riferita allo stile che mi raccontava nel passato oppure a quello odierno.

D. Le tue opere sono parte di un percorso legato o sono intuizioni autonome?

R. Come già ho accennato, la confusione mentale creativa era tale che ho intrapreso un percorso molto sofferto e lungo, una vera mission con la mia anima più profonda. Ho fatto dei percorsi non canonici e non accademici. Se vado a ritroso e analizzo ogni singola creazione del mio passato, riesco a comprendere ogni stato comunicativo con me stesso, quindi posso affermare con assoluta certezza che le mie opere sono il frutto di un percorso ben collegato. Creare mi ha consentito di rimanere molto lucido e di sopravvivere alle difficoltà della vita.

D. Usi dei modelli?

R. Alcuni dei miei attuali soggetti, come Madame COCO, Zaccaria Sagredo e tanti altri, sono estrapolati da immagini di pubblico dominio, altri sono collage di immagini composte, altri ancora provengono dalla pura fantasia, dipende dal soggetto. Ad ogni modo, se prima ero un “figurativo” ora sono un “sfigurativo”, la mia espressione delle forme è sempre più scomposta e sono conscio di un percorso che mi porterà a confondere le forme con lo sfondo.

D. Tecnicamente come inizi un’opera? Hai un metodo preciso?

R. Uso pigmenti fluorescenti, quindi realizzo il colore per miscelazione con oli sintetici o resine acriliche; ho approfondito questa tecnica assolutamente nuova dopo che ho scoperto, solo pochi mesi fa, questa nuova interpretazione. Padroneggiavo molte tecniche pittoriche, soprattutto quella ad olio ma non avevo mai usato pigmenti liberi, né tanto meno fluorescenti. Questa tecnica ha un risultato finale opposto al colore ad olio: i colori sono trasparenti, piatti, opachi e se mixati – come spesso faccio – con resine acriliche, asciugano rapidamente. Ho dovuto indaffararmi parecchio prima di comprendere qualche trucco. Il metodo che sto utilizzando ora consiste nel realizzare un disegno a matita dei contorni, poi cerco di mettere in atto la mia lunga carriera nella moda e sfrutto il buon gusto nel valutare le armonie cromatiche e, quindi, come in un disegno per bambini riempio le forme disegnate a matita. Solo che queste forme vanno riempite anche 5 0 6 volte, per consentire al colore di assumere una buona copertura omogenea. La parte più difficile consiste nel cercare di distribuire in modo omogeneo e pulito il colore, in quanto la minima imperfezione non consentirebbe la massima espressione Fluo. Infine nei miei quadri inserisco sempre qualche dettaglio del mio passato artistico, realizzato con la mia ormai collaudata tecnica ad olio. Questo dettaglio decisamente più realistico dell’opera ho deciso di inserirlo quando ho scoperto che con la luce wood (elemento essenziale per l’assoluta manifestazione delle mie opere) scompare diventando nero. Trovo tutto questo interessante con grande magica appartenenza. Lo interpreto come un’arte occulta che potenzia l’effetto della luce nera.

D. C’è un artista in particolare che ami o hai amato di più?

R. Ti confido una cosa, sono davvero pochi gli artisti che conosco… Anzi scusami, a dirla tutta non mi interessa degli altri artisti! Questo è dovuto al mio travagliato cammino nella agognata ricerca dell’effetto desiderato, vincolandomi ad una prigionia forzata con me stesso. Mi concedevo al confronto unicamente con la mia amica Christiane, credo si scriva così (lo sbaglio sempre!). Ho scelto liberamente di non esorcizzare il mio demone artistico, pertanto NO, non ho alcun artista di riferimento da poterti citare.

D. L’immaginazione, la realtà, il mito: c’è una poetica precisa nella tua opera?

R. Il mio precedente percorso denota maggiormente una poetica precisa, forse per via della mia tormentata vita che viaggiava in parallelo a quella artistica. Sovente penso ad un libro che scrisse mio padre e che titolava “Trent’anni di rabbia”. Era una sua autobiografia (espresse sulla carta trent’anni di vita), mentre io ho fatto altrettanto con le mie opere. Spesso rappresentavo segnali di realtà, di immaginazione legata a vari stati d’animo ma, soprattutto, l’esigenza di liberarmi dalle scelte morali e dagli schemi mentali, poter esprimere totalmente me stesso, permettendo al bene e al male di scontrarsi per comprendere con il vincitore lo stile di appartenenza. Devo dire che con “Uomo libero”- una mia opera invendibile che rappresenta me stesso nell’atto di strapparmi corna sataniche e ali angeliche dal corpo, con ovvia sofferenza, illudendomi di una consapevolezza del libero arbitrio – ovviamente mi sbagliavo. Quindi sì, c’è sempre una precisa poetica, va solo compresa, può essere alle volte un messaggio forte o violento, oppure dolce e sensibile.

D. Arte figurativa o arte astratta: ti senti di aderire ad una visione delle cose, da una di queste prospettive o sei totalmente libero e svincolato?

R. Ero figurativo, ora sono forse più astratto ma forse ancora un po’ figurativo ma anche astratto e/o figurativo e cosi via… Non amo nella vita tutto ciò che mi stanca e mi annoia. L’esistenza è fatta di esperienze, la vita stessa è appunto “vita”, diversamente sarebbe la fine dell’esistenza e della propria coscienza. La mia rinascita artistica mi permette di esprimermi con un nuovo concetto, soprattutto emozionale, e per se per raggiungerlo o rafforzarlo sentirò di essere figurativo lo sarò, ma anche astratto, purché la firma che contraddistingue questo nuovo stile sia sempre presente.

D. L’artista come genio e sregolatezza?

R. Spesso mi chiedo chi io sia, credimi non è facile porsi quesiti su sé stessi quando ti vivi con assoluta “normalità”… Tuttavia, osservando con maggiore interesse la mia abitazione, mi sono reso conto che tanta “norma” non è cosi presente: sono circondato da oggetti di diversa fattura, arredi, decori, quadri, sculture, tutto quanto frutto di un mio lavoro manuale. La cosa curiosa è che vederli in un momento analitico mi ha permesso di esaminarmi in terza persona e di prendere atto sia di quanto folli fossero quelle opere, sia dell’innumerevole quantità di materiali e di tecniche. Non sono sicuro di potermi definire un vero artista, mi sento più vicino al termine di creativo.

D. Come ti poni di fronte alle problematiche della società? L’arte è davvero diventata una “splendida superfluità”(come disse Hegel) o pụò ancora avere una funzione sociale?

R. Ho atteso 53 anni per trovare l’effetto che desideravo, quindi per quanto mi riguarda la mia unica funzione sociale è trasmetterlo e su questo continuerò a lavorare.

D. L’artista pụò essere anche parte del processo di mediazione dell’opera?

R. Assolutamente si, sia per il marco Scali del passato che per quello presente, tuttavia per la neonata personalità artistica, ho meno storia da raccontare.

D. E’ importante quindi il modo in cui si comunica attraverso la pittura? 

R. E’ importante il modo in cui si comunica sempre e comunque.

D. Adesso parlaci della mostra FluoEmotion che inaugurerai a Venezia l’11 Gennaio 2019, il significato che ha per te questa mostra, e quello che vuoi trasmettere con la tua arte.

R. Devi sapere che questa personale a Venezia è stata disdetta per ben due volte, il tema che volevo presentare inizialmente si chiamava “Hystorians”, ossia la riproduzione di personaggi storici, rivisitati in chiave moderna. Quando completai la prima opera dal titolo “Napoleone”, guardandola capii che era molto bella, ma bella non mi bastava, dovevo sentirla nel petto, quindi avvisai la Direttrice dell’Hotel, scusandomi e informandola che non ero pronto e che avevo bisogno di una proroga di un altro anno. Poi scelsi un nuovo tema che avrebbe dovuto chiamarsi “Legocentrique”, ossia raffigurare i personaggi delle minifugures della Lego Marvel, rappresentati con il volto di un personaggio adeguato al soggetto. Credetti potesse essere il tema vincente, difatti riprodussi diversi soggetti, “Wolverine” con il volto di Beppe Grillo, “Superman” con il volto di Bono Vox e molti altri, ma non ero convinto totalmente (nonostante la critica fosse buona). Pertanto decisi di realizzare e completare un soggetto e incorniciarlo, scelsi una tela da 100 x 100 raffigurante “Hulk” rappresentato da Mr. Bean, infine lo incornicia con i due colori iconici Lego, rosso e giallo. Con ulteriore intaglio e inserimento di mattonicini Lego, come a rappresentare un intonaco scrostato. Un’opera degna di meraviglia, guardandola notai la tecnica eccelsa e la genialità, ma ricordo che mi soffermai a lungo fissando quel quadro, cosi ben dipinto, ma nonostante la mia sostenuta osservazione, non ricevetti in cambio alcun effetto, la reminescienza di quel preciso istante possedeva l’impeto di pensiero devastante. Non fraintendermi, intendo dire che la delusione di quella assente emozione che cercavo aveva un peso che non riuscivo più a sostenere, ero totalmente distrutto e pensai che quella ulteriore sconfitta avrebbe potuto abissarmi definitivamente. Quello stesso giorno, presi una nuova tela, una foto di Jimmy Hendrix, colori acrilici vari e con la rabbia in corpo, posizionai una Action Cam e ripresi in timelaps quella mia ira sulla tela, non cercavo nulla, non pensavo ad alcuna resa pittorica, nessuna sfumatura, tecnica eccelsa o considerazioni di criticismi vari, volevo solo “sputare” sulla tela e cosi feci. Quando un’anima innocente e pura aprì lentamente la porta del mio studio ed esclamò “WOW… capii subito che mi era stato rivelato quello che avevo ambito da tutta la vita, da quello stile germogliò la mia rinascita, nacque Fluoemotion.

Se mi chiedi cosa voglio trasmettere con la mia fluorescenza, la risposta è più semplice di quanto sembri: voglio trasmettere quella formula, quella scoperta, quella ricerca osannata che ho sempre cercato, l’emozione che preme sul petto, la meraviglia, quella sensazione che si percepisce nel cuore ma che non si comprende. Non ho mai voluto trasmettere altro pensiero se non l’emozione e questo da sempre.Il trofeo del mio sogno raggiunto è questa mia personale di Venezia, Fluoemotion…ora è il mio turno!

Anna Silvia Angelini

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