American Mental Places

Sospesi nell’inverosimile contorsionismo posturale dell’inquadratura impossibile, gettati nell’eccesso onirico, aggettanti sulla vertigine di un continente gassoso: America evaporata nel sogno di un incubo.

Oltre la logica rassicurante e ripetitiva della simmetria, ogni scatto rinvia al rovescio dell’immagine, riflettendo non un mondo al contrario, ma il contrario di un mondo. Ottico esercizio di stile barocco, visioni sbandate ma non sbadate, nell’apparente delirio di diottriche tremende e precise, geometrie chirurgiche e angolazioni non ortodosse. Metodo surrealista, paranoico e critico, ossessivo, meticoloso, affilato nel trascrivere con precisione visioni catturate nella retina: reverie ad occhi aperti e decostruzione del reale elevato alla potenza liquida e iper-lucida del surreale.

Bellezza solitaria di una opzione di resistenza: reazione etica ed estetica per ribaltare il sistema imperiale a mani nude, meglio ad occhio nudo. Fuga estatica nel divenire, insinuazioni, infiltrazioni nella trama già scritta dei rapporti di forza dispiegati nella dialettica del potere senza immaginazione. Inafferrabile, inenarrabile, libera e lisergica, ingrata: America disintegrata.

Simpatia tra ribellioni convergenti, perché nei sogni comincia la responsabilità. Senza sogni, sprofondati nell’irresponsabilità: anomici,  anemici, perdutamente amorali.

Il detonatore politico è già pronto a deflagrare, per disintegrare il disegno impazzito del capitalismo globale, il flusso immorale del mercato virtuale, nel rifiorire del dissenso riemerso sulla pellicolare evanescenza del tessuto sociale.

Aggredendo il corso lineare delle storie, pronti per un viaggio immobile, inceppato nel surplace dell’assenza di direzione, imploso nella proliferazione delle narrazioni. Statico, paradossale moto interiore incapace di movimento nello spazio, già dislocato oltre il desiderio, oltre l’incontro con il prevedibile ed il deja-vu della ripetizione: viaggio nell’eterno ritorno dell’uguale accolti nella mente universale.

Metafisico è il realismo in America e non il sogno. Il presente, non l’assente è il mistero incapsulato per sempre nella pallida evidenza metallica riflettente, respingente. Non la sospensione, ma la precisione concentrata, nuda e impassibile dell’oggetto stagliato, puramente presente e silente. Senza mai staccare lo sguardo, senza disperdere concentrazione. A guidare il respiro ontologico del paesaggio metafisico americano, non è l’assenza e la trascendenza, ma una quasi insostenibile immanenza, una pura oggettività assoluta e imperturbabile. Non la dimensione di un’eternità in-temporale, ma l’assoluto di un istante transitorio che accede al parto del tempo, che eccede la persistenza pellicolare della visione.

Rivelazioni di improvvise estasi temporali, tra segni incastonati su se stessi ed infiltrazioni nella trama dei possibili, sollevando la filigrana di una stesura di alfabeti allusivi, ambigui ed intraducibili. Algida autonomia di un sistema musicale autoreferenziale, strutture estetiche trasposte in sistemi armonici di punteggiature e visioni intraducibili, capaci di avvolgere nella propagazione di un suono ipnotico orientale.  

La realtà è esitante, l’identità transitoria, nella disseminazione di impulsi transitori, mobili e liberi, tra tessiture di improvvise vicinanze ed echi di lontananze sempre più affondate in abissi di dissipazione.

Si coglie una sottostante tensione nervosa annidata nell’immagine, nei geroglifici della sua composizione e negli intarsi complessi delle strutture di moltiplicazione delle intersezione. Si avverte la sincronicità di tempi differenti, l’ubiquità dell’essere in molti luoghi contemporaneamente, attraversando un flusso di metempsicosi in tempo reale, una migrazione dell’io in molte anime differenti in un medesimo istante che contiene tutti i tempi, i luoghi ed tutte le possibili combinazioni delle storie.

La fotografia digitale è una pistola con il silenziatore, colpisce freddamente attraverso il silenzio, lasciando un breve indispensabile tempo di fuga dalla scena del crimine. Un sibilo sordo, sillabando fotogrammi digitali. Attutito, attonito, lancia raffiche di scatti oltre qualsiasi autocontrollo.

Galleggia nell’aria per l’alchimia ascensionale di una strana fotosintesi mentale, delirante e vegetale tra cieli orizzontali sommati panoramicamente nello scorrere continuo di piani scoscesi.

Il corpo elettrico di uno scheletro metallico luminescente tra fantasmi di architetture da attraversare, desideri di cristallo, resistenti e insieme fragili come trappole del desiderio. Visioni che si specchiano nella moltiplicazione di sogni in rotta di collisione.

Nel sottobosco urbano della luce tremolante di strade possedute da reti di premonizioni e cancellazioni inspiegabili, tra assenze impreviste, ellissi narrative, e cerchi concentrici inseguiti della paranoia.

Nella smemoratezza dei confini, immersi nella stratificazione di atmosfere, tra correlativi oggettivi disancorati dalla volontà di significare e simboli in velocità di fuga dalla gravità. Racconti interrotti, incontri rimandati, amanti che non si sfiorano mai, intrecci di trame sciolte, abrasioni di tracce, direzioni esitanti, interruzioni senza soluzioni. Senza più margini, senza abbastanza spazio ai lati delle storie, ancora troppo poco deserto già affollato nella densità delle attese.

Lo strutturarsi in un gioco di variazioni germoglia in un distillato di variazioni inattese, disperse in destini incrociati. Traiettorie erranti su trame disciolte in arabeschi prima lenti, ipnotici, poi veloci, imprendibili. Spazio smontabile, reversibile e rovesciabile, sottratto ad ogni gerarchia, senza posizioni certe ma solo linee di connessione. Echi di visioni che si frangono come onde di luce, come corpi intermedi della visione nella fissione nucleare del senso imploso su se stesso. Transitando in punti di intersezione tra vibrazioni e diramazione di forze che ci attraversano. Auto-trascendersi delle forme nelle immagini di un autoreverse della memoria.

Sprigiona da un istinto morfologico intriso e intrinseco all’immagine che contiene una monade di mondo, una intensità di possibili mondi non impossibili ma compossibili.

Sottosegni, sovraimpressioni, sottoimpressioni, discostate, appartate in mezzo alla folla, sovraesposte alla follia degli sguardi. Nei pianeti mentali, tra bolle di iper-realtà sospese sull’eccesso di informazione. Nella piattaforme di ascesa verticale, nella discesa nei sottofondi della memoria. Atmosfera intrappolata nei diversivi, nel detour attorno all’accadere, nell’immagine al margine della direzione. Dispersi nei pretesti, nelle pro-tensioni di memoria, nel viaggio nel villaggio virtuale.

Fantomatica foto-mantica predittiva della fotografia a venire. Clepto-grafia che ruba l’immagini con destrezza sottraendole alle necessità del destino.

Sinapsi scoscese nei meandri della mente, dendriti arricchiti dispersi nei deserti urbani del futuribile ancora per poco inaccessibile. Ai margini della leggibilità,  tra stratificazione di atmosfere ingannevoli, istantanee sottocutanee disabituate alle convenzioni del reale, mentre si risalgono lentamente spazi intermedi di comprensioni incerte, stati di fiducia carente, circondati da sospetti inevitabili.

Dopotutto, siamo ancora noi, a scivolare nell’impossibile, a viaggiare in una sparizione.

                                                                      Vittorio Raschetti

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