DIS/INTEGRAZIONE 3.0 

“Totem improvvisi, urbani, superumani, fatti di niente, capaci di tutto. Improvvisi, inattesi, misteriosi, beffardi, indecifrabili sfingi silenziose stagliate sul paesaggio di passaggio. Vettori di immaginazione, inneschi per mutazioni poetiche aggettanti sul sonno dell’attenzione. Onde anomale, urti di verità, catalizzando le mille frequenze del dissenso contro la tirannia del pensiero unico, interrompendo la latenza del desiderio. L’arte è la vibrante protesta per respingere l’ossessione securitaria ed identitaria, la deriva paranoica di un corpo sociale destinato a soffocare nelle maglie troppo strette di asfittici recinti di protezione. Arte comportamentale, scultura sociale, attitudine preziosa, rara, insperata, predestinazione morale. Attenzione fluttuante, tollerante, eticamente intransigente, disposta a curiosità per i misteri umani: perché le fantasie più eccentriche non sono solitarie, ma ci colgono di sorpresa in intimità con il resto del mondo.

Architettura di forme in transizione: angeli di desolazione tra venti di carbone. Festa mobile fluttuante situazionista e neodadaista, decostruita, de-sigillata dal dovere autoreferenziale della purezza, impura e vitale, sensuale, pronta ad esporsi in un assoluto ignoto della forma, nella profondità scomposta delle cose, frequentando longitudini impossibili, intercettando il sorgere del senso che proviene dai confini delle storie.

Arte 3.0: al tempo della realtà aumentata, occorre moltiplicare l’autenticità e la trasparenza della realtà, mobilitare una politica dell’anima ritornando ad una comunità di senso, disarmando il conflitto e l’ostilità permanente. Politiche dell’amicizia nella fusione di orizzonti mentali senza confini. Un arsenale poetico contro la violenza, un detonatore politico contro l’illegittima difesa. Debordando oltre le trappole della mente, oltre i fili spinati del pensiero. Protezione per tutto ciò che è minacciato, perché rimanga ostinatamente in vita senza chiedersi quanto lunga potrà essere la sua sopravvivenza.

Una corrente di risonanze dove operano presenze sovraindividuali, disposte a trascurare la firma per ritrovarsi come campo di forze innominabili, un desiderio polimorfo di inarrestabile proliferazione vegetale. Un centro vorticoso di intensità, un apparato di cattura dell’attenzione, di espulsione dell’io, trasformando desideri in geometrie dissenzienti intelligenti e taglienti. Un campo di intensità, di vettori metamorfici. Una officina di intelligenza collettiva, arte diffusa, intelligenza disseminata, pensiero nomade. La vera modernità è il superamento della soggettività ha scritto Rimbaud – Je est an autre – l’Io è l’Altro. La poesia deve caricarsi della prosa industriale, l’artista è un saldatore, un carpentiere funambolico sospeso sulle travi di un grattacielo in costruzione, privo di assicurazione.

Autentica devozione per i materiali concreti, modellati assemblati e pronti per offrire una anti-forma pronta a risuonare tra le pieghe, le ondulazioni, le sporgenze, i fori, gli incavi. Serbatoi vuoti da riempire di attese. Imprevedibili ritorni di oggetti svestiti di funzione. Sopravvivenze dell’era del ferro, colate di lamiera fluida su forme allusive, arcaiche e moderne. Marvel(lous) super-heroes 4 more than 1 day, here to stay.

Sovrapposizioni e riverberazioni sgorgano con la potenza di un atto poetico collettivo, di una metempsicosi di sogni migranti nei corpi altrui. Il corpo di una visione che si sottrae a barriere, che si apre ad intrecci, incroci, incorporazioni, che si lascia invadere felicemente dalle implicazioni, creando un universo combinatorio di interventi inattesi, destrutturati e atti de-pensati in una felice proliferazione fuggente.

Sporgersi in un assoluto ignoto per disintegrare la precisione geometrica delle forme dove gli oggetti si fanno trasparenti, rivelando le leggi e le strategie su cui si fondano. L’agire di un vortice distruttivo e creativo dove il veramente strano si crea nel punto esatto in cui le cose sono ancora riconoscibilità eppure vacillano in una assoluta diversità.

Rust never sleeps, come l’azione del tempo che rivela la metamorfosi delle forme, invadendo l’interno e corrodendo il meccanismo ad orologeria della vita degli oggetti. Spleen never sleeps, accompagnati da oggetti perduti, inseguendo forme per ricomporle in nuove suggestioni, corrispondenze, cristallizzazioni smontando la scena del consueto.

Un quadro collettivo di scene interagenti, interconnesse e complesse, come quando la vita trascorre negli altri, in una reincarnazione differente lungo traiettorie ellittiche di destini fluidi che sfrangiano l’uno nell’altro. Segni vibranti, sogni concatenati, moltiplicati negli echi di un lago pallido, intrappolati nei legni contorti sulla sabbia, nei riflessi sfuggenti nell’ombra mobile di un aereo proiettato sulla sagoma sul naso di Batman, solitaria, giusta e vendicativa, ma immobile desolata, costretta a terra.

Cosmogonia tribale precedente ai dilemmi e dicotomie Occidentali. Inseparabili, oltre l’ambiguità del doppio e la dinamica creativa della coppia, un tuffo nella instabilità mobile di una tribù generativa oltreumana. Scordate le catastrofi personali, i lutti individuali, tutti riuniti a immaginare nella notte ancestrale. Una triplice rottura di involucri di protezione, un esodo dal proprio sistema nervoso, che si dispone ad una vitalità inesauribile, cervelli in fuga dal legittimo proprietario. Lo sguardo fugge da ogni parte, tra digressioni, involuzioni, pieghe e retroazioni. La disgregazione segna una fenditura con la soggettività, lascia apparire una fessura sul possibile, una sonda nella tensione profonda, interrotta da una indefinita corrente di impulsi, interrogando forze estranee, accettando di lasciarsi penetrare e sconvolgere. Senza appartarsi, senza appendersi al destino. La superficie si contrae lentamente in una piega accartocciata di scottature, eccede, si apre ad accede ai porti del sogno, ai parti del delirio, nell’ascolto delle cose disseminate, disperse, che irrompono con la loro opacità e vulnerabilità, come figlie del fuoco.

The blue bus is calling us…

A mani nude piegare le forze oscure che ottundono la visione, farsi largo, aprirsi il varco, liberi di creare, disposti a lasciarsi trasportare. Ricucire lacerazioni, riempire gli strati mancanti oltre la dissoluzione e l’incuria che appartiene all’ordine troppo ordinario delle cose. Disponibili a ricongiungersi in un respiro insperato in un abbraccio poetico, immersi uno nell’altro, risucchiati da un abbraccio selvaggio avvolti dalla presenza modificante dove la forma si sottrae ai doveri con una mobilità fuggitiva, accettando incorporazioni, invasioni, intrecci, implicazioni senza gerarchie, libertà e liberazione.

Braccia sicure pensanti di Annalisa, intuitive, volitive, capaci di attenzione, sollevando, raccogliendo, assemblando, conquistando il corpo delle cose avvitate all’essere. L’autentica essenza, la sostanza vitale dell’appassire, l’age du foliage, vissuta, impolverata, accogliendo la forza fragile e mobile dell’impermanenza, perché l’arte è un alibi di ferro svelato dalla verità, che come la ruggine, fa arrossire. Strade ferrate deragliate. Arpioni per aggrapparsi ai silenzi sparsi, chiodi trattati come amuleti appesi alla parete esistenziale. Dove la terra vomita fuoco nascono forze che non si possono ostacolare. Piagate mai piegate, mani di Vittorio riemerse da soglie inenarrabili, plasmando il desiderio di ri-vivere annullando il nulla. Vertebre di Riccardo torturate da rotazioni e posture impossibili, minuetti con il vento che attraversa la mente, lasciandosi cadere, allineando l’assetto con l’inclinazione terrestre, inseguendo troppo lento la Terra troppo veloce.

Soli in compagnia del proprio demone trans-personale. Si comincia a creare mossi dalla commozione per una frase incompleta, dall’istinto di protezione verso un angolo trascurato nel colore, ascoltando un forse retroattivo che risospinge sul luogo da dove gli altri sono già partiti. Occorre abilità e rapidità per ingannare la luce, per sostituirsi all’ombra altrui e appropriarsi dei misteri degli altri.

Icone liquide e di polvere, tasselli di un mosaico privato, memorie di devozione inestirpabile, ibrida, incomprensibile inattuale, resti di simulacri di essenze di protezione sventrate dall’inquietudine. Dolorose apparizioni nelle regioni sensibili della carne più intima come un universo dotato di una propria luce interna.

Sbagliando il nome della propria via, ritrovarsi tra arte indisciplinata, intollerante verso l’intolleranza al potere. Pratica intenzionalmente diseducata all’ordine costruttivo rigido e funzionale della perfezione. Insurrezione della forma tra accrescimenti e distruzioni dettando la qualità inesauribile della verità emozionale.

Riccardo, dolori, colori, suoni, danza a gravità zero, tra i vapori di un ritmo lontano, senza prevedere il prossimo passo. Vittorio è tornato da mari profondi, come un tronco risale a galla, trasportato dai moti aleatori delle onde, a suo agio nel naufragio, aggrappato alle sue anime, si lascia andare confidando nelle correnti calde. Annalisa trova anche al buio la strada di casa, perché casa è ovunque. Ai dilemmi, ai punti cruciali, silenziosamente scompare, poi riappare in un aprirsi improvviso che attinge a fonti segrete. Rovista dentro il mondo, assembla con sapere strano, non crede al destino, ma si lascia guidare dalla predestinazione della forma. Trova, e ti trova. Ha incorniciato icone seguendo una sacra strategia di commozione privata. Vorrebbe inseguire la Terra con opere grandi, enormi, generose, incontenibili, per mostrare che non hanno senso confini. Sa – per istinto – che non si deve far scorrere il tempo, ma invitarlo a passare presso di noi.

In compagnia del sogno di queste braccia non siamo soli.”

Un sentito ringraziamento a Vittorio Raschetti per quest’analisi che si distingue per lucidità, profondità e commozione.

Chiara Zanetti

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