Può un insetticida – metaforicamente il DDT – eliminare gli scempi di un progresso che si dimostra spesso involuzione? La risposta è negativa. Non vi antidoto contro la pochezza di un mondo che si rivela spesso in tutta la sua disumanità, consunto dalla smania per la novità, sui confini dell’impossibile, dell’assenza di limiti e morale. Del resto, in nome dell’avanzamento scientifico, genetico, nucleare tutto è passibile di oblio, tutto è esecrabile, oggetto dell’approvazione incosciente dei più.

Giuseppe Lucio Labriola, operante a Napoli, restituisce all’arte insetticida la funzione di denuncia, punge il silenzio, sebbene se ne circonda, emerge dalle pagine di cronaca evidenziandone il deturpamento dei valori e la sconfitta della volitività intelligente, vitale, positiva. Ecco il senso dei suoi fantocci, così come delle sue sculture, toys nati da materiali polimorfi: plastica, vecchi oggetti, suppellettili, pezzi di macchine ed elettrodomestici.

Tuttavia, se il suo mondo artistico si esaurisse qui, probabilmente non rimarrebbe scolpito in maniera possente nella memoria dei suoi fruitori. Ciò che cattura di più è la dimensione onirica, quasi sempre da incubo, meno spesso favolosa, come in questo schizzo di un volto femminile:


Una rappresentazione del meraviglioso, del surreale e, soprattutto, di un postumano abbastanza sterile, ma che non manca di destare incanto e trasalimento; svenimenti interiori, in altre parole.
“Se – scrive [ George ] Steiner – siamo alla fine e stanno già sparecchiando, non credo che ciò avvenga, come egli dice a causa della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, del computer capace di creare il Museo di Bilbao di una bellezza estetica degna del Partenone.”

Chiara Zanetti

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