Ciao Andrea, innanzitutto grazie di aver acettato il mio invito. È la prima volta che mi succede di confrontarmi con una persona che si occupa di sceneggiature. Un mestiere molto creativo, che sottace una grande passione per il cinema. Com’è nato questo interesse?

Ciao Chiara. Grazie a te per l’invito. L’interesse per il cinema è antico, ma il desiderio di volerlo “fare” è un po’ più recente: io studio filosofia e la insegno (da precario ovviamente) all’Università. Negli anni ho maturato l’idea che la filosofia, per dialogare con il nostro tempo, abbia bisogno di altre forme e di altri canali. Il cinema potrebbe essere un eccellente vettore: in primo luogo perché è naturalmente disposto verso il “grande pubblico” e in secondo luogo perché si esprime per immagini, le quali sanno insinuarsi talvolta con maggiore efficacia delle parole. Il mio intento però non è quello di piegare la bellezza ad esigenze che non le appartengono, piuttosto quello di estetizzare il pensiero; alla Nietzsche diciamo. Quali sono le pellicole – o gli autori – che più ti hanno stimolato? Qui ci sarebbe da fare un catalogo bello ampio. Ma sarebbe noioso. Diciamo che dal punto di vista stilistico e narrativo, Orson Welles è per me imprescindibile. La sua lirica barocca dell’immagine, il suo tortuoso ordito degli eventi e dei rapporti tra i personaggi, lo rende ai miei occhi un maestro assoluto. Dal punto invece della logica della narrazione, certamente Bunuel: il suo “ordinario assurdo”, un po’ kafkiano, anziché creare una realtà deformata, apre la realtà alla sua autenticità, la polisemia. C’è tanto bisogno oggi di questo, di fronte al presunto realismo dell’immagine. Ecco, se oggi c’è una cosa da combattere nell’arte, è il realismo.

Per un non addetto ai lavori, capire cosa faccia esattamente lo sceneggiatore è cosa tutt’altro che semplice. Puoi spiegarci in breve come si articola il tuo lavoro?

È un lavoro lungo e stratificato. Ma ha una sua grammatica, più o meno condivisa. La struttura delle sceneggiature segue delle regole; queste si possono certamente violare ma, a mio modo di vedere, prima di farlo occorre impadronirsene e conoscerle in profondità. Dalla scansione “soggetto-trattamento-scaletta-sceneggiatura”, fino ai vari dispositivi drammatici. Personalmente, io amo la “riscrittura”: la mia idea di soggetto prende forma sempre a partire da qualcosa di già scritto. Non è una riscrizione alla lettera, ma funziona per me come una cornice espressiva, in un certo senso come il paratesto di Genette. In questo senso, posso partire da un mito, da un romanzo, da un fatto di cronaca, da un aneddoto, da un testo sacro: tutto quello che può fare da veicolo formale alla mia idea. Da qui mi muovo con gli strumenti della sceneggiatura, drammatici e stilistici, anche quelli più convenzionali, per giungere al risultato finale: un racconto narrato per immagini che veli quello di cui vuole parlare.

Che rapporto hai con gli altri campi artistici, per esempio la letteratura e la drammaturgia?

Io credo che il cinema, e in particolar modo lo sceneggiatore, non possa prescindere dalle altre arti: forse deve molto di più, soprattutto lo sceneggiatore, alla letteratura. Ma come può un regista ignorare la pittura e la musica ? Come può immaginare di trascrivere un racconto in immagini senza avere una spiccata sensibilità per il colore ? Come può sentire il ritmo degli eventi senza il suono che li attraversa, foss’anche un lungo silenzio. Io, dal canto mio, cerco di rubare ovunque: non solo dalle arti (anche se la letteratura è quella che mi ispira di più); ma anche dalla filosofia, dalla psicoanalisi, persino dalla botanica, e anche e soprattutto da ingenuo, da inesperto.

Veniamo ad AriA, il cortometraggio che hai realizzato disponibile su You Tube. Riassumendo brevemente la mia esperienza da fruitrice, direi che suscita “mixed feelings”. Alcuni passaggi sono decisamente ironici e divertenti ma, in linea di massima, a me è mancata l’aria, per l’appunto. Vediamo questa povera ragazza francese sperduta per le strade di Napoli, che fa incontri improbabili… Uno per tutti, quello con la signora che la intima ad aiutarla a sollevare il marito dormiente. Ammesso che tu abbia un proposito in questo senso, cosa vuoi trasmettere con il corto? Aggiungo che la lettera “A” torna su sé stessa. Forse non c’è scampo all’incomprensione…

Esatto, non c’è scampo. Sono partito dal mito di Arianna e l’ho rovesciato. Sicché è Arianna questa volta a perdersi e Teseo a rimanere imprigionato nel labirinto. Posto che dietro l’opera non c’è solo l’autore, posso dirti quello che era in linea di massima la mia intenzione: volevo parlare dell’incomunicabilità, del fatto che i segni che ci vengono incontro hanno un fondo che tende all’equivoco e al fraintendimento o, come dici tu, all’incomprensione. Nel cortometraggio si insiste in particolare sull’incomunicabilità tra maschile e femminile, e tra Uomo e Mondo. Ma questa incomunicabilità non è uno scacco: tutt’altro; anzi, è proprio questo fraintendimento che produce i legami e i vincoli a cui questi sono sottoposti. Soprattutto in amore.

Direi che il corto deve tanto al cinema surrealista. Mi sbaglio?

Non ti sbagli affatto, anche se io ho cercato di operare una torsione dall’assurdo verso il verosimile. Napoli in questo senso è un luogo perfetto. Non posso però neanche nascondere l’ispirazione tratta dalle atmosfere e dall’itinerario di After Hours di Scorsese. Quello che a me premeva (non so se ci sono riuscito) era, in effetti, far scivolare la visione nel chiaroscuro, nella sovrapposizione di sogno e realtà, assurdo e consueto. C’è una frase che Goethe cita in una raccolta di pensieri che è molto efficace: “la chiarezza è un giusto equilibrio di luce e ombra”.

Albert Camus diceva che “nominare male le cose è partecipare all’infelicità del mondo”. Sei d’accordo?

Con tutta l’umiltà che si deve ad un autore del genere, mi permetto di non essere d’accordo. In fin dei conti, la nominazione ha sempre qualcosa di arbitrario, è sempre un po’ fatta male. Anche quando dice del nostro rapporto con le cose. A mio modo di vedere, l’arte e il linguaggio in genere partono da un gesto violento, da una forzatura di senso. Le parole, perciò, dicono sempre qualcosa di “sbagliato”, sono sempre dette un po’ male. Come si vuole che si nomino bene le cose allora?

Cosa genera lo scontro tra culture e lingue diverse a tuo parere?

Domanda scivolosa. La risposta non è semplice. Posso solo dire che, a mio avviso, la ricchezza di uno scambio è data dalla differenza e dall’eterogeneità, a tutti i livelli, sia culturale che linguistico. Tutto questo ha un rischio ma non se ne può fare a meno. Gli “uguali” non hanno nulla da dirsi. Come dice Levi-Strauss: “solo i differenti si somigliano”.

E quale potrebbe essere il punto di incontro tra persone che a livello linguistico non possono comunicare?

Il punto di incontro non deve essere secondo me la piena comprensione. La “passione” (nel senso ampio del termine) si innesca solo se qualcosa sfugge, se una parte del “territorio” altrui resta opaco o oscuro. Un incontro si realizza proprio a partire dal mistero e dal segreto che l’altro reca con sé. Il problema sta piuttosto di come si risponde a questa oscurità. Gli ottusi usano la violenza.

A quali altri progetti in ambito cinematografico stai lavorando?

Sto per girare due cortometraggi che ho scritto e di cui curerò la regia: un horror e uno tratto da un fatto di cronaca con innesti narrativi presi da un racconto di Gogol. Ho appena girato un altro cortometraggio, dal titolo Foreignfighter, come aiuto regia, del mio amico e maestro Claudio Lauri, che ora è in fase di montaggio. E poi, più di tutto, sto cercando una produzione in Francia, dove ho studiato e dove lavoro per sei mesi all’anno, per il progetto di un mio lungometraggio che si ispira al mito di Narciso.

Quali sono le altre tue passioni?

Non ne ho altre, a parte quelle già citate: cinema, letteratura, musica. La filosofia non la ritengo una mia “passione”. È qualcosa in più che non saprei definire. Il resto sono solo frivolezze che preferisco tenere banalmente per me.

Chiara Zanetti

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