Luca Bonaffini, cantautore, scrittore, regista teatrale e insegnante di Storia della “Popular Music”, persona che ha collaborato per anni con Pierangelo Bertoli, firmando per lui molti brani in album di successo, tra le quali Chiama piano, all’interno dei quali compare anche come cantante, armonicista e chitarrista fonda ora una società, Long Digital Playing (LDP), destinata a lasciare il segno nel panorama musicale della grande metropoli meneghina. Con grandissima soddisfazione e commozione, l’artista ha annunciato la sua nascita pochi giorni fa, sui social. In quest’intervista Bonaffini si racconta rivelando qualcosa in più circa questa colossale svolta.

Ciao, Luca, innanzitutto grazie per aver acconsentito ad essere intervistato per TrAmando Milano. È per me un grande onore averti ospite e avere l’opportunità di confrontarmi con te.

Long Digital Playing; già il nome della tua società ha un sapore onirico e presagisce un’atmosfera sognante, fiabesca, immaginaria e immaginata… A lungo. Non è vero? Raccontaci della sua genesi.

Da ragazzino sognavo di diventare un imprenditore cinematografico. Fondare una grande casa di produzione a tremila e seicento gradi e offrire al mondo la grande opportunità che i Lumiere e il grande novecento stavano dando alla gente comune: cioè quella di filtrare la propria emozione, il proprio sentimento attraverso le immagini in movimento della pellicola. Incontrando la musica, arte primaria e disciplina iniziatica, ho scoperto che esisteva un modo più povero, ma più immediato, di comunicare gioia, dolore, bellezza e tormento. L’esperienza artistica, prima autorale poi solista, non mi ha mai separato, in maniera narcisistica ed egocentrica, dall’alter. Ho sempre collaborato e condiviso (oggi la parola condivisione sa tanto di Facebook, ma io l’ho scoperta a soli dieci anni, quando volevo fare il regista) i miei progetti e, prima di tutto, i miei sogni. Anche da cantautore e compositore. Ho provato anche ad aprire altre ditte, con finalità discografiche, ma non ero (anzi non mi sentivo) pronto. Oggi, alla mia sesta avventura imprenditoriale, credo che sogno e realtà stiano per ritrovarsi nuovamente, lasciando da parte i turbamenti esistenziali dell’artista che vive e batte in me una volta per tutte, e investendo su una progettualità lungimirante, concreta e solida.

Il primo obiettivo di Long Digital Playing è conciliativo per quanto riguarda la canzone e il mercato discografico, volendo restituire dignità ai supporti fisici senza però trascurare il mondo digitale. Un’impresa, quest’ultima, dagli immensi risvolti ma anche dalle innumerevoli implicazioni; per esempio, guardiamo in faccia la contrapposizione tra “solido” e “liquido”, per dirla alla Bauman. Vuoi commentare? Quali pensi possano essere i ponti levatoi tra queste due sponde?

C’è un atteggiamento comune, un luogo ristagnante che – dall’immaginario individuale a quello collettivo – è abitato da quasi tutti gli imprenditori discografici contemporanei: mi riferisco all’idea errata di precarietà, la temporaneità, il carpe diem e Pánta rei a tutti i costi. Il ritorno alla ritualità, alla lentezza, alla forma e all’ordine interiore, ci permettono di ritrovare dentro di noi punti di riferimento solidi, valori stabili che – senza divenire immobili e di regime – possono aiutarci a sopravvivere alla memoria passiva (spesso ingombrante) e all’eccessiva velocità dei Punti Zero. Il terzo millennio è così, siamo in corsa con la velocità, quindi vince sempre lei, bruciando e seppellendo in tempo reale il futuribile, il pensabile, ciò che è possibilmente “stabilizzabile”. Dai canti coniati nei campi durante la trebbiatura degli Egizi, fino alla scoperta dei nomi attuali delle note in uso nei paesi latini risalenti all’XI secolo, dalla grande diatriba tra musica sacra e musica profana, fino al novecento, la scoperta del grammofono, del vinile, il cd e oggi il download, la musica non solo non è morta. Ma è ferocemente viva e necessaria. Quindi va sostenuta. Non cancellata a causa del superamento continuo dei suoi supporti di lettura o dispositivi.

Di cosa si occupa nello specifico LDP?

L’idea, che presto sarà progetto, è la realizzazione di una road map che preveda un percorso di adesione al mercato, senza cercare di sovvertirne la logica, anche perché sarebbe improduttivo e pericoloso. LDP non nasce per fare “opposizione”, né tanto meno per dimostrare qualcosa a qualcuno. Non è frutto di rivalsa, riscatto o, peggio ancora, riscossa di debiti non dovuti. Credo sia il futuro, l’unica strada possibile per far sì che la musica non scompaia sotto i vinili e ritorni a riposare negli archivi digitali degli spartiti scansionati e, dal’altra parte, che non si globalizzi in maniera insensata, illudendo tutto e tutti che “si esiste, basta pubblicare”. Il social trend è, per il momento, indicatore del grande pieno che sogna “vuoti a vincere”. Ovvero pause di lentezza, di riflessione, di sereno godersi il tempo che è il vero sacerdote di ogni chiesa. LDP perciò produrrà e diffonderà musica colta e popular. La musica classica è fondamentale per affrontarne la sua evoluzione popolare: quella popular, che non è solo di tradizione ma soprattutto moderna e contemporanea, comprende tutti i generi “non classici” come jazz, blues, rock, d’autore, new age, prog.

Hai parlato di Milano come roccaforte della fenomenologia industriale dei supporti fonografici del primo e del secondo dopoguerra. Ora, come collocheresti questa metropoli nel panorama italiano contemporaneo?

Nella media, direi. Prima grande e attiva, dinamica. Poi, negli anni Novanta, in fin di vita. Oggi, a parte certi pseudo-produttori che hanno fatto fortuna grazie ai clientelismi della Prima Repubblica (che sono dei fossili alla ricerca di qualche “media” – passami il gioco di parola –  per non essere dimenticati), si è seduta sulla mancata rottamazione reale dei Feudatari della Seconda. Le indipendenti, con la musica “istruita”, finto-sperimentale e in realtà molto legata ad una certa sinistra maldestra, pragmatica e falsamente ideologica, hanno mancato in pieno – pensiamo alla vetrina del Primo Maggio a Roma o ad alcune edizioni strazianti del Premio Tenco (ad esclusione dell’ultima che ha riconquistato dignità e identità) a Sanremo – all’impegno di “fare musica alternativa a quella del sistema”. Gli ARCI, invece di ospitare tutto ciò che non è Sanremo, Talent e Tv, hanno fatto girare i loro. Anche nella musica, dopo il crollo della DC e del PSI negli anni Novanta, si sente il contraccolpo a sinistra. Sanremo, tra Baglioni e Vivendi (società francese che ha tra le sue, la TIM), ci insegna che il sistema non va combattuto con disonestà, da un anti-sistema fittizio che mira a sostituirsi solo come centro di potere: ci dice che la qualità non dipende dalla vetrina, ma la vetrina dipende dalla qualità è da lì che bisogna ripartire.

Hai asserito che la musica uccide la morte, elaborando i cambiamenti e facendoli diventare strumenti di lavoro per il futuribile. Vuoi spiegarci come si concretizza, a tuo avviso, questa metafora?

Beh. Gli slogan aiutano a rompere le orecchie, gli occhi e la mente. Poi da lì, si lavora. La musica è morta, qualcuno ha detto con grande dolore, e quindi intende – presumo intenda – la “buona musica”. Ma la musica, o la canzone, non è mai stata buona o cattiva. È stata d’amore, di protesta, di ideologia, sociale e civile, ma anche ludica. Oggi, chi l’ascolta la rende viva. E, producendo nuova musica, facendola sentire bene, ben registrata, ben comprensibile, non può che generare voglia di vivere. La musica ha sempre creato opportunità e benessere. Quindi, questo maleodorante olezzo di morte e di abbandono continuo che ci pervade, può godere dell’aroma prezioso dell’armonia e dell’armonia delle sette note, come sfida a chi non crede nei giovani, nei “nostri” specifico giovani, quindi nel futuro. E chi non crede nel futuro, non crede nella vita.

Sostieni che il vecchio e il nuovo debbano coesistere e completarsi. Proprio ieri, ho assistito alla videoproiezione del film muto “La signora delle camelie” con musica appositamente scritta a tema dalla bravissima Rossella Spinosa. Il risultato di questo melange apparentemente antitetico è stato formidabile. É proprio vero che la musica è un linguaggio che colma le lacune, anche sull’asse diacronico. Cosa ne pensi?

Isabella d’Este sosteneva, a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento, che la poesia deve fare da completamento alla musica. Le colonne sonore, pensiamo ai Goblin in “Profondo rosso” (per citare una cosa forte…) di Dario Argento, hanno più che commentato scene. Le hanno raccontate quasi meglio dei registi stessi. Sicuramente. Anche perché sull’asse sincronico ce l’ha già ampiamente dimostrato.

Scrivi; scrivi tanto. Che rapporto hai con la scrittura? Come verrà ad ausilio della tua società? Parli spesso di discipline interagenti. La musica e la scrittura sono linguaggi che si sposano per antonomasia. Quali sono le altre discipline che vedi annesse alla musica?

Quelle tradizionali, come arte figurativa, teatro e danza. Ormai, necessaria anche l’immagine in movimento, per cui, la settima arte deve essere sostenuta in maniera privilegiata dalla musica. Io continuerò a scrivere libri e a pubblicare canzoni, finché avrò forza e sussistenza da chi mi ama e crede in me. Ma vedo anche le due carriere separate. Non voglio essere un peso per me stesso: quindi, il Bonaffini imprenditore è l’uomo sociale, pubblico, economico ma visionario. L’altro, è quello di sempre. Un poeta naif di provincia, appassionato di arte, musica e cinema che osserva la cultura muoversi lungo la Storia dell’Uomo.

Paradossalmente, il fine ultimo della comunicazione artistica – e questo vale per ogni forma di linguaggio – è trasmettere l’inesprimibile. Sei d’accordo?

Sì. E’ diventare il relatore oggettivo delle soggettività sommerse. Per poi, ritornare ad essere la polvere dignitosa dell’interpretazione individuale degli ascoltatori, spettatori, guardanti e applaudenti.

Definiresti la tua un’impresa pionieristica? Quali sono i risultati attesi?

Ogni impresa, e si definisce così proprio per questo, è pionieristica. Però non mi sento Everest o Indiana Jones, tanto meno Amerigo Vespucci. Per prima cosa, fonderò una Banca delle Idee, aperta a tutti. Un luogo immaginario e giuridicamente tutelato da poter offrire agli innamorati della musica, uno strumento per poter pensare a nuovi supporti, nuovi spazi, nuovi dispositivi. I soldi poi arriveranno. Quelli che servono e che, magari, mi aiuteranno a realizzare il più grande sogno della mia vita: creare posti di lavoro.

Grazie mille

Grazie a te, Chiara.

Chiara Zanetti

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