Caro Felice, intanto grazie per aver accettato di essere nostro ospite. 

Da parecchio tempo suoni magistralmente uno strumento molto particolare: il contrabbasso. Cosa c’è alla genesi di questa passione? 

Ci sono degli incontri fortuiti e fortunati, in quanto molti amici dell’epoca -avevo diciotto anni e già suonavo il basso elettrico- mi consigliavano e incitavano a passare al contrabbasso. Due tra tutti: il mio grande amico di sempre Pietro e il prof. di Storia dell’arte Felice, mio omonimo grande esperto e cultore di storia dell’arte e jazz.

Il contrabbasso vede la sua diffusione nella seconda metà del XVI secolo, a pari passo rispetto agli strumenti cui siamo avvezzi. Tuttavia, rispetto ad essi, ha conosciuto uno sviluppo più marginale. Credi sia più difficile divulgare questo genere di sonorità?

Dico sempre che suonare il basso e il contrabbasso è una missione. Questo perché si è relegati dietro alla band o big band, almeno quando non si è famosi. E il ruolo principale è accompagnare la band o il solista in modo perfetto e cullarli come se fossero bimbi. Poi però ci sono stati e ci sono i grandi dello strumento che segnano un epoca e sviluppano doti che fanno fare uno scatto in avanti a tutta la categoria.

Nel corso del XX secolo il contrabbasso ha trovato un naturale campo di sviluppo espressivo nella musica dei neri d’America, ossia nel blues e nel jazz, che sono i tuoi “principati” artistici, musicalmente parlando. Infatti, ti sei diplomato in musica jazz per poi proseguire gli studi universitari in Scienze Politiche. È stato difficile conciliare questi interessi? Hanno conosciuto una naturale interconnessione oppure hanno percorso strade parallele?

Mi sono laureato a ventiquattro anni in scienze politiche presso l’Università di Salerno ma poi sono partito per Bologna per intraprendere la professione. In seguito, negli anni 2000 mi sono laureato in musica jazz. Quindi due fasi distinte della mia crescita. Ovviamente tutto ciò che ho studiato mi è servito nella vita e rifarei gli stessi passaggi.

L’Album “Desert” si compone di 10 tracce, di cui 9 tratte dai tuoi lavori discografici precedenti: Asylum, Home e La via lattea. Si è trattato di un lavoro di limatura e perfezionamento? La traccia inedita, “Wadi rum”, ha molto di sognante nonché chill out, ricordando anche i capolavori rock dei Pink Floyd, ti rivedi in questa considerazione?

Ho tirato fuori dalla mia produzione dei brani come se fossero dei capi d’abbigliamento che avevo nell’armadio. Belli ma poco usati; ogni volta che li riascoltavo mi emozionavano come la prima volta e così ne ho selezionato alcuni e gli ho dato una nuova veste. Considerare “Wadi rum” come un ricordo delle atmosfere dei Pink Floyd mi emoziona e se così fosse è un buon segno per l’album intero. “Wadi Rum” vede la composizione a tre: io mio figlio Antonio alla chitarra e Alfredo Laviano alle percussioni. Magia pura nel registrarlo.

Come incide la poesia sulle tue composizioni? te lo chiedo perché le trovo estremamente poetiche, al pari del portfolio fotografico presente sul tuo sito ufficiale. Ami il sincretismo artistico e la contaminazione di generi diversi?

Quando compongo mi devo in primis emozionare e se ciò non avviene ci lavoro su arduamente. Mi piace ascoltare di tutto e questo poi viene filtrato nella scelta finale, la contaminazione appartiene a noi contemporanei come esigenza e riflette il nostro vivere quotidiano.

Nel corso della tua carriera artistica, hai collaborato con artisti di nota fama come Lucio Dalla e Biagio Antonacci. Vuoi trasmetterci qualcosa di queste esperienze?

Con Lucio Dalla ho avuto occasione di suonare insieme al gruppo Nu Ork String diretto da Beppe D’Onghia al piano e lo stesso Lucio ed e’ stata una bellissima esperienza. Con Biagio Antonacci ho collaborato alla nascita del brano di successo “Sognami”, insieme al gruppo Gipsy Swing di Giampiero Martirani, esperienza meravigliosa.

Cosa ti aspetti dall’uscita del nuovo album? 

Cosi come per gli altri lavori spero di dare un piccolo contributo al mondo musicale e al mondo delle quattro corde che mi vede protagonista. Come artista mi preme provare a dare un senso più universale possibile alla musica che si crea.

Chiara Zanetti
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