Foto: © Dino Ignani

Caro Julian, intanto grazie per aver consentito all’intervista. Vera deve morire è un’esperienza di lettura irripetibile per la sua bellezza ed intensità, nonché per l’eccezionalità del fenomeno poetico, la cui particolarità consta nel fatto che sei diglottico albanese-italiano. Raccontaci qualcosa circa la sua genesi e le fasi della sua scrittura.
 
Quando ho ricevuto la telefonata di Franco Buffoni, ho pensato che un libro pronto non ce l’avevo né avevo intenzione di farlo ma se Buffoni pensava che il momento per me era giunto, mi sarei dovuto fidare. In questi anni ho lavorato molto e soprattutto con la poesia con musica e ho molti cantieri in forma di cartelle sul mio pc, ma nessuno di questi è finito. Una delle cartelle era rappresentata dal desiderio di costruire il mio prologo del racconto Vera di Villiers De L’Isle-Adam, partendo proprio da una poesia inedita che calca il titolo del racconto. Mi sono messo al lavoro. Già da subito volevo sfogare la febbre lirica che mi stava cogliendo e ho deciso di alzare la temperatura stilistica al massimo che mi potevo permettere e fondere, a gradi mai raggiunti nel mio percorso, visioni e ricerche, cinema e poesia, studio metrico e metrica libera. La poesia di ricerca degli ultimi anni mi pare viva il complesso del grande Lebowski: rifiuta sistematicamente di entrare dentro la storia, da cui viene costretta a giocare e lo fa malvolentieri, è distaccata, quasi anaffettiva, subisce, non aggredisce, è compiacente e ironica, ma senza ferocia. Ho scelto di giocare agli antipodi, sulla frizione tra forma-canzone e poesia, narrando il desiderio di rientrare nella storia, contro l’evidenza della fine, della morte. Ho scelto di abbandonare la mia comfort zone per fare un libro d’amore, un canzoniere. Nessun autore lavora solo. Quindi mi sono fatto aiutare in questo percorso da autori e amici di cui mi fido, da Luca Rizzatello ad Alessandro Burbank. Luigi Nacci e Paolo Giovannetti mi hanno portato a fare pulizia dai cliché, evidenziando quanto non andava e sottolineando i punti forti. Giovanni Rapazzini, un giovane poeta ed editore, mi ha seguito in tutta la gestazione, fino alle ultime bozze con il righello, a casa mia. Adriano Padua mi è stato molto d’aiuto per sul versante ritmico, correggendomi passaggi interi. Intanto continuavo a leggere e studiare, soprattutto saggi sull’oralità, e devo ammettere che nell’ultima fase di editing mi è stato vitale nella revisione, l’incontro con un libro-cardine degli anni Zero, un capolavoro oggi ingiustamente dimenticato dai più giovani: Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco. La cosa che mi stupisce di questa raccolta è che si è sviluppata nella seconda metà del 2017, anno dove i miei studi si sono concentrati esclusivamente sulla poesia di ricerca, dalla prosa in prosa alla poesia sonora e concreta, e non penso vi siano tracce di questi studi dentro. L’importante è aprirsi a infiniti mondi e mettere sempre in crisi la concezione che ho della poesia. Tornando a noi: il libro finito è stato approvato da Buffoni, il comitato editoriale e l’editore Cicala e “Vera deve morire” esce in questi giorni.
 
A mio avviso, la tua vocazione poetica è possente, erculea, tanto da sembrare strano che si tratti della tua prima pubblicazione in versi. Cosa ha determinato quest’attesa?

Sinceramente la cosa che mi preme è scrivere e fare ricerca. Non mi interessa pubblicare. Non riesco nemmeno a comprendere quegli autori che hanno la foga della pubblicazione a tutti i costi, che basta pubblicare. Me l’ha fatto capire molti anni fa Franco Buffoni, dopo aver pubblicato una plaquette, a 20 anni, che ho rinnegato già l’anno dopo, perché fallimentare rispetto a quanto andavo scoprendo; non poteva essere che lui a dirmi che forse era arrivato il momento di cambiare rotta. Per questo e molto altro lo ritengo l’unico maestro che ho. In questi anni ho portato le mie poesie ovunque, dai palchi degli slam poetry alla rete, dalle università ai bar o performando in vari festival. Mi è stato assegnato il Premio Internazionale di Poesia Alfonso Gatto e sono andato su Rai 5 per il documentario sulla giovane poesia in Italia, Generation Y, senza avere un libro. Forse è anche dovuto al fatto che ho sempre portato la poesia con musica, collaborando con il compositore Ilich Molin. Non essendoci, almeno fino all’anno scorso, una casa editrice in Italia pronta a ospitare un supporto multimediale, non solo cartaceo, per le mie operazioni di spoken music, non mi sono preoccupato della pubblicazione. In più non avevo un “cantiere” concluso, pronto a ospitare il lettore.

Lo studio, la formazione, la ricerca giocano un ruolo fondamentale nella tua attività d’autore e questo è un tratto evidente. In un’epoca in cui in tanti si improvvisano o professano “poeti” è qualcosa che fa la differenza. Non pensi?

Non solo lo studio ma anche il confronto con il pubblico nelle occasioni di lettura, con la comunità poetica e con la critica. Uno dei retaggi del ’68 è quello di ritenere l’Accademia un luogo polveroso, vecchio. Invece ho ritrovato in molti studiosi e docenti uno strumentario magnifico, da cui apprendere. Il confronto con vari studiosi, in particolar modo Paolo Giovannetti, Stefano La Via, Stefano Colangelo, Luca Zuliani, (tutti saggisti e docenti universitari) mi ha aiutato moltissimo a trovare un percorso e a calcarlo a modo mio. Poi le giornate spese a leggere. Alcuni mesi passati a eseguire ad alta voce, ogni giorno, come in una preghiera laica, le poesie di Amelia Rosselli, di Pascoli, Frasca, Pagliarani, Pavese, per introiettarne il ritmo e farlo mio.
Quelli che si improvvisano poeti durano l’arco di una sera, se replicano varie sere, questo non ne fa grandi scrittori. Un insieme di sassi non fa necessariamente una strada. Può anche diventare una discarica. Come gli youtuber prestati alla poesia come i Francesco Sole, utili zanzare a provocare qualche prurito adolescenziale a suon di hashtag.

Il titolo del libro rimanda forse al film d’azione di Andrzej Bartkowiak, liberamente ispirato al tema di Romeo e Giulietta. Parlaci del tuo rapporto con il cinema e dell’influenza che questo ha avuto sulla stesura del libro.

Il titolo rimanda al racconto Vera di Villiers De L’Isle-Adam, con un rimando shakespeariano. Sono appassionatissimo di film d’azione e adoro Jet Li. Pesta forte, come il primo Seagal. Ma per la costruzione di questa raccolta pensavo ad altro. In Alphaville, Godard costruisce la scena più bella d’amore nella storia del cinema. E lo fa con strumenti cinematografici, costruendo una vera e propria danza, dove convergono in sinergia tutte le arti di cui la settima si erige ad assoluta. Mi sono chiesto per la costruzione di certe poesie, come potevo costruire una scena del genere, con i miei di strumenti. In una poesia cito un dialogo telefonico di In the mood for love di Wong Kar-Wai, a cui cerco di ispirarmi per mettere assieme vari elementi: la suoneria che nel testo diventa la mia traduzione di una quartina di Salvatore Di Giacomo, la telefonata citata pari pari, la canzone che segue al silenzio di lei, tento di ricostruirla in un doppio novenario, e dove il regista attua altre soluzioni, io porto il mio obiettivo dentro la testa dell’uomo che attende al telefono, spezzando il ritmo e facendo crollare tutto, dando voce alla sua ansia e disperazione. Come un altro film che ho avuto come faro in tutta la gestazione è Blue Velvet di David Lynch, recuperando soprattutto il “patetico” lynchiano. Il rapporto col cinema mi ha aiutato a interrogarmi sempre sulla natura dei miei strumenti da poeta. Dove potevo rendere un’immagine e dove la colonna sonora.

Nelle note al testo accenni a una “grammatica frammentaria dei ricordi o dei sogni” quali spunti tematici. Borges sostiene che ogni poesia sia misteriosa poiché nessuno sa interamente ciò che gli è concesso di scrivere. Ritieni di essere sulla stessa lunghezza d’onda?

L’origine di ogni poesia è misteriosa ma molti poeti sono attraversati da codici e algoritmi, da leggi interne che ne formano la poetica. Per questo motivo una prosa di Bortolotti è irripetibile da un altro autore e la si riconosce subito. Come “Ecco l’acrobata della notte”; si riconosce l’impronta di Milo De Angelis. Una poesia di Magrelli o di Caproni differisce ai lettori di poesia subito, da un eventuale emulo. Parlo di autori in questo caso che hanno avuto e continuano ad avere schiere di imitatori o di poeti che si ispirano a.

Esiste uno iato tra poesia e musica? Perché in tanti si ostinano ad evidenziarlo quando la loro combinazione è a volte naturale e necessaria?

Il rapporto tra la poesia e la musica è di unione primordiale, dalla cui divisione sono nate entrambe come forme specifiche ma con la nostalgia antica di ritornare a essere la stessa cosa. Sono stati scritti centinaia di libri su questo tema, contando poi che la divisione netta tra le due arti è appannaggio della cultura europea ma non di altre. Uno dei primi che ne parla in maniera sublime è proprio Dante Alighieri. Hanno ragione Lello Voce e Gabriele Frasca a dire che il problema di questa forzata divisione (mai accaduta, tra l’altro) tra le due variabili è mediale. Si ritorna a evidenziare l’ovvio, spesso, dicendo che la poesia è musica solo per problematizzare: essendo musica deve essere eseguita a mente o oralmente per esistere; lì nascono dei problemi di natura formale. Non tutta la poesia è musica. Tanta è solo rumore. Da non confondere con la musica atonale, come volevano e ci erano riusciti i Novissimi o Pound.

La prosodia, ed in particolare la metrica canonica. Qualcosa da cui non vuoi totalmente prescindere ma da cui sei incline a fuggire. Vuoi commentare?

Problematizzando la metrica, mi concentro sulla struttura, sul legame tra i significanti; i significati sono schizzinosi e schivi, diceva Manganelli, e quelli li lascio alla sensibilità del lettore; è un modo che ho sviluppato per sbarazzarmi degli appigli metafisici che continuano a provocarmi non poca allergia, almeno per quanto riguarda la mia poetica. Avendo lavorato per anni con la musica elettronica, la problematizzazione della metrica è diventata necessaria se non vitale, nella stesura dei testi. In “Vera deve morire” sono solo due i testi metricamente “chiusi”: una villanelle che ho composto su modello delle tre celebri villanelle del Novecento: If I could tell you di Auden, Do not go gentle into that goodnight di Dylan Thomas e Mad girl’s love song di Sylvia Plath. Le ho ascoltate nella versione inglese su YouTube quasi quotidianamente per un anno, e la mia villanelle è venuta così, nell’arco di una notte, cercando di riprenderne la musicalità. Le traduzioni italiane non sono un granché, eccetto Thomas tradotto da Frasca perché sacrificano il canto. La seconda poesia dove mi batto con una chimera della poesia è la sestina lirica. Ci sono voluti mesi  di lavoro, fallimenti e altrettanti di editing. Ho voluto rendere la monotonia della vita quotidiana attraverso la monotonia ritmica, anapestica, di sei battute per verso. Ogni stanza è un giorno della settimana e per quanto sembra che il personaggio stia facendo molto, il ritmo del suo fare è identico, pure nei weekend, dove si rilassa o esce con gli amici. Il titolo è Probation (una settimana), che significa dall’inglese: libertà vigilata. Per il resto cerco di spaziare e unire varie esigenze, soprattutto di natura prosodica.  

Cosa ci dici a proposito della tua diglossia? Hai tentato di trapiantare gli schemi ritmici e la musicalità della poesia albanese in lingua italiana, cioè nella tua lingua adottiva?

Nell’eliminazione quasi totale dell’endecasillabo da questo libro, ho tentato proprio di far emergere dall’italiano un altro respiro, spesso sostituendo all’italiano canonico a isocronia di tipo sillabica, uno a isocronia di tipo ritmica. Pratica comunque molto presente nella scrittura musicale o del rap. Anche se entrambe queste categorie non lo sanno o hanno altri nomi per definirla. In una poesia in particolare tento proprio di unire l’italiano e l’albanese. Passo dall’amore come pretesto filologico all’unione di queste due lingue che mi attraversano. Se l’italiano abita la mia formazione intellettuale, le mie giornate, l’albanese, abita il mio inconscio: la mia compagna mi dice che quando parlo nel sonno, parlo albanese. Il sonno è il territorio prediletto dell’inconscio e la poesia mi serve anche a indagare o decifrarne i segnali. Come mi diceva scherzando pochi giorni fa un amico e uno dei grandi poeti italiani, Luigi Socci: solo un barbaro come te può essere ossessionato dalla metrica barbara.

La poesia fa parte degli strati più profondi del linguaggio, dei substrati emotivi, il tuo italiano riesce a raggiungerli? Grazie di cuore

Questa domanda dovrei farla io a te, perché non posso risponderti sinceramente. Sono i lettori del libro a poterlo dire.

Chiara Zanetti

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