Quasi coetanee, Lana Del Rey e Amy Winehouse sono annoverate tra le cantautrici più notevoli ed eclettiche di questo millennio. Per molti aspetti diverse, per altri affini, per esempio per quanto riguarda la tragica dipendenza da sostanze psicoattive ed in particolare da alcool, che ad Amy è costata la vita. Scrivo questo articolo senza alcuna ambizione velleitaria, se non il desiderio di ritrarle secondo il mio particolare e soggettivo sentire. 

Prima di approdare a un vero e proprio confronto, ripercorro a grandi linee la vita e la carriera musicale di entrambe.

Elizabeth Woolridge Grant, in arte Lana Del Rey, nacque a New York nel 1985. Di origini scozzesi, è figlia di un imprenditore che gestisce domini internet e che sin dai suoi esordi come solista la incoraggiò a perseverare nella carriera. I primi tempi dell’adolescenza videro il suo tracollo nel’alcol, tanto che a soli quindici anni venne ricoverata alla Kent School per una terapia di disintossicazione. Questo problema, brillantemente superato, ispirò alcuni testi dell’album “Born to Die” e venne dichiarato dalla stessa la cosa più tragica che abbia mai affrontato. Nel 2008 si laureò in Filosofia, con una tesi sulla Metafisica, in un tentativo di “colmare il divario tra Dio e la scienza”. Già da bambina cantava nei cori della chiesa e a diciotto anni apprese a suonare la chitarra attraverso l’insegnamento dello zio. Grazie a tale esperienza, intuì che tutto ciò che voleva fare era dedicarsi alla musica, così prese ad esibirsi in vari club di New York. Il successo, tuttavia, arrise solo due anni dopo, con “Born to Die”, album che venne pubblicato il 27 gennaio 2012, vendendo sette milioni di copie. Seguirono “Ultraviolence” (2014) e “Honeymoon” (2015), grazie a cui Lana è divenuta la quarta artista più ascoltata in tutto il mondo. Nel 2017 uscì invece “Lust for Life”.

Amy Jade Winehouse (Londra, 14 settembre 1983 – Londra, 23 luglio 2011) nacque nelle periferie londinesi da una famiglia ebraica; il padre esercitava la professione di tassista mentre la madre di farmacista. A soli dieci anni fondò un gruppo rap amatoriale chiamato Sweet ‘n’ Sour, a tredici ricevette la sua prima chitarra e nel 2002 firmò un contratto discografico con la Island/Universal grazie all’intervento di un amico musicista che mandò una sua demo a un talent scout. Nel 2003 incise il suo album d’esordio, “Frank”, il quale ricevette molteplici critiche positive. nel 2006 venne pubblicato a livello mondiale il suo secondo album, “Black to Black”, che in poche settimana arrivò in vetta alle charts britanniche. Il primo singolo, “Rehab”, parla del suo rifiuto di entrare in terapia alcologica e divenne subito un successo. Purtroppo, la morte la colse prima del’uscita del terzo disco, “Amy Winehouse – Hidden Treasures”, il quale venne pubblicato postumo – nel 2011 – dalla Universal. La Winehouse morì probabilmente per intossicazione alcolica, per via di un fenomeno noto come “Stop and Go”, che consiste nell’assunzione di una massiccia dose di alcol dopo un lungo periodo di astinenza. Amy era nota anche per i disturbi alimentari, anoressia e bulimia (tra il primo e il secondo album perse quattro taglie), il rapporto conflittuale con il padre Mitch prima, quindi con il marito Fielder Civil, anch’egli soggetto a problemi di tossicodipendenza, dal quale divorziò nel 2009. Grande fama le è dovuta anche per via dei suoi atteggiamenti filantropici e degli atti benefici.

Dal “tono a un tempo umano e divino”, come le venne riconosciuto da  Teresa Wiltz sul Washington Post, la voce della Winehouse è irrotta con prepotenza nel panorama musicale contemporaneo, in un connubio irripetibile tra jazz e soul  anni ’60 e R’n’B moderno. Probabilmente, il talento vocale di un’intera generazione è andato perduto con la sua morte precoce e terribile, sul cui voyeurismo non voglio soffermarmi.  Lana Del Rey, invece, è meno facilmente classificabile, benché nota per il suo stile cinematografico e i legami con la cultura popolare, in particolare quella statunitense degli anni ’50 e ’60, con un mito americano mai tramontato. Lei stessa definì il suo stile come “Hollywod sadcore”, un peculiare tipo di alternative rock caratterizzato da testi cupi e criptici, melodie malinconiche e ritmi rallentati, con spolverate di arpa e timpani scuri.

Cosa unisce queste due artiste apparentemente tanto distanti? In prima istanza, l’anelito al volo, al sogno, all’amore di una vita, all’abbandono della solitudine ma anche l’alienazione, lo spirito abrasivo e malinconico, e la parola “spirito” non è affatto casuale. In un eterno interrogarsi sulle sorti dell’anima (My mother told me that I had a chameleon soul /No moral compass pointing me due north /No fixed personality/Just an inner indecisiveness that was as wide and as wavering as the ocean -Lana Del Rey, “Ride” – I spend my days in longing /And wondering why it’s me you’re wronging /I tell you I mean it/I’m all for you, body and soul – Amy Winehouse, “Body and Soul”), sull’esposizione al grande pubblico attraverso il loro immenso talento ma, soprattutto, una musica autentica che raccoglie tutto, dai desideri alle passioni, dalle incertezze alle frustrazioni.

Senza dilungarmi oltre, concludo dicendo ciò che sento davvero e che me le rende così vicine: il perpetuo scontro tra immanenza e trascendenza, tra precipizi e affanni vitali e promontori spirituali da cui si vede il tutto o il nulla, a seconda della personale sensibilità di ognuno.

Chiara Zanetti

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