Spesso mettiamo in atto manovre elusive per nascondere le nostre difficoltà, che di fatto in questo modo incrementano. Partendo dal presupposto che l’addestramento all’ottimismo e al pensiero positivo non funzionano, dobbiamo capire che se davvero vogliamo costruire forza e resilienza, occorre assumerci la responsabilità di ciò che siamo e della vita che conduciamo. Farlo – nonostante non siamo gli unici responsabili di ciò che ci capita – permette di comprendere che siamo sempre responsabili di come gestiamo o reagiamo a quello che succede. È dunque importante stabilire un locus of control interno lasciando valida la possibilità di un’attribuzione causale esterna. Questo significa sviluppare la resilienza. Il presente articolo si basa sul libro di Patrizia Meringolo, Moira Chiodini e Giorgio Nardone “Che le lacrime diventino perle”, Adriano Salani Editore, 2016.

Storytelling: un metodo per affrancarsi dal dolore storicizzandolo e riacquistare fiducia nel futuro

In questo frangente – quando l’ordine del giorno è sviluppare la resilienza-  si pone un grosso problema, ovvero quello della fiducia nel futuro. A questo proposito, ricordo Seligman, il quale definisce l’arte della speranza la capacità di trovare cause temporanee e specifiche alle avversità. In quest’ottica, riusciamo a valutare l’ostacolo come qualcosa di limitato nel tempo e a guardare al futuro con più fiducia.
È inoltre utile tenere a mente che la memoria di certi eventi dolorosi va collocata nel passato e quindi storicizzata, altrimenti potrebbe dilagare in ciò che ci attende. Un metodo per farlo è scrivere e narrare il dolore. Tale attività di storytelling consente di elaborare il trauma e affrancarsi dalla sofferenza che esso causa. In altre parole, significa – attraverso la fatica e l’impegno concreto – uscire dal congelamento siderale dell’essere bloccati in un momento che ha smesso di esistere e che, tuttavia, tende a resistere al processo di storicizzazione.

La creazione di un senso neutralizza l’urgenza di trovare una spiegazione

Altro aspetto molto interessante è il nostro funzionamento a livello emotivo e cognitivo: le emozioni e i sentimenti scacciano la banalità, mentre gli eventi non emotivi – come, ad esempio i pensieri – faticano a prendere il posto di ciò che ci sentiamo. È il motivo per cui, per esempio, non basta augurarsi che scompaia l’ansia per farla svanire né è sufficiente razionalizzare un trauma per superarlo e sentirsi meglio. Interiorizzare questo concetto ci aiuterà a sviluppare resilienza, al pari di creare un senso. Nel testo che ho letto degli psicologi Meringolo, Nardone e Chiodini, si menziona, a questo proposito, Viktor Frankl, neurologo, psichiatra e filosofo austriaco sopravvissuto all’esperienza dei lager nazisti, nonché fondatore dell’analisi esistenziale e della logoterapia, metodo che tende a evidenziare il nucleo profondamente umano e spirituale dell’individuo. Secondo Frankl, vanno scoperte concrete possibilità di significato e sensatezza della singola esistenza e di dignità della propria persona. La creazione di un senso permette di liberarsi dall’urgenza di trovare la spiegazione ad un evento a tutti i costi. Quando la ricerca di senso prende il posto della ricerca della spiegazione, allora si dipana la resilienza.

Un altro sofisticato sistema di difesa: lo humour

L’umorismo, a differenza dell’ironia fine a sé stessa, getta uno sguardo indulgente verso i limiti propri ed altrui, ride della tragedia, rivelandosi in ciò che Pirandello chiamava la contraddizione, ovvero il disaccordo tra la vita reale e l’ideale umano, fra le nostre aspirazioni e le nostre miserie, esprimendosi nella perplessità tra il pianto e il riso. Come sottolineano Meringolo, Chiodini e Nardone, è una forma di intelligenza viscerale che ci indica che la vita vale molto di più del nostro problema.

Imparare dai nostri modelli e nell’ambito dell’esperienza fattiva

La resilienza si apprende anche dalle esperienze altrui. Avere dei modelli in questo senso, infatti, ci permette di respirare quella virtù che gradatamente ci diventa familiare. I nostri mentori e modelli non dobbiamo necessariamente conoscerli di persona; anzi, possono persino essere degli autori, dei pensatori o artisti. Ciò che conta è quello che la loro parabola vitale ci trasmette. Infatti, la resilienza, le strategie di problem solving e le abilità di coping non si apprendono dai libri ma passano dall’esperienza concreta. Occorre agire passo dopo passo, operare dei cambiamenti progressivi minimi fino ad arrivare al risultato desiderato. Infatti, l’eccellenza va cercata con esercizio e dedizione, nonostante il rischio e le avversità. Si aggiunge che per poter essere flessibili e aperti al cambiamento, servono dei punti fermi, come l’accesso a fonti di informazione affidabili ed efficienti all’interno della propria comunità.

Stare attenti alla comunicazione

La comunicazione – ciò che ci diciamo e ciò che gli altri dicono – riveste un ruolo fondamentale nella nostra vita. Essa crea infatti suggestioni che divengono vere e proprie profezie o anatemi che, una volta lanciati, rischiano di condizionare il presente ed ipotecare il futuro, fatto che va sempre tenuto a mente.

Oltre l’imprinting e l’attaccamento; l’interpretazione meno deterministica della letteratura più recente

In passato, si conferiva centralità ai modelli di attaccamento, considerando le esperienze relazionali precoci determinanti per lo sviluppo della persona. La letteratura più recente, invece, propone un’interpretazione meno deterministica, valutando importanti per la crescita personale anche le relazioni correttive perché supportive e di vicinanza emotiva. La close and caring relationship è un rapporto di interessamento sincero e di accudimento che costituisce un patrimonio esperienziale centrale e che si può instaurare, per esempio, con il proprio psicoterapeuta. Si precisa, inoltre, che il sistema di relazioni in grado di aiutare a gestire le difficoltà si estende fino a comprendere la famiglia allargata, il partner, il vicinato, la cerchia di amici e di contatti. Si tratta di un insieme di interazioni che è un vero e proprio intreccio di possibilità, nel cui continuo divenire la persona costruisce il proprio senso di autostima e di autoefficacia. In altre parole, se una persona ha vissuto con un costante feedback di inadeguatezza da parte dei genitori, al fine di costruire una nuova immagine di sé ha bisogno di esperienze emozionali correttive – l’idea che abbiamo di noi, infatti, essendo per sua natura interazionale, discende dall’immagine che gli altri ci rimandano e da come noi la interpretiamo. Spesso, va a finire che persone con una storia costellata da eventi difficili, godano di un benessere mentale maggiore rispetto a persone che non hanno mai affrontato difficoltà significative. Infatti, l’esposizione alle avversità può mobilitare risorse inespresse. Poniamo il caso che nella vita di una persona si presenti un evento devastante. Lo sbando e la distruzione che si avvertono potrebbero portarla a tracciare nuove traiettorie di senso in un processo di riorientamento psicologico in cui si deve convivere con un senso di vulnerabilità ed incertezza, la percezione di un’esperienza surreale… Insomma, l’identità è completamente da rinegoziare sino a giungere al recupero di un nuovo sé. Se questo avviene, la persona vive un processo di rinascita.

Le trappole della resilienza

Possiamo ragionevolmente affermare che non è mai troppo tardi per divenire resilienti ma che non saremo resilienti una volta per tutte. La resilienza richiede costantemente dedizione e impegno nell’accogliere i nostri limiti e nel coltivare i nostri talenti.
Detto questo, una delle principali trappole della resilienza è la tendenza a ricercare la sicurezza a tutti i costi fino a cercare di fare scomparire il margine di rischio. La prevenzione del rischio ci renderà più resistenti nella gestione delle difficoltà che mettiamo in conto ma più fragili rispetto agli imprevisti.
Un’altra subdola trappola è quella di procrastinare. Nel caso la persona abbia paura del fallimento, proprio per assicurarsi il successo cercherà di rendersi più forte, per esempio attraverso lo studio e la preparazione. Il problema è che più studiamo e diventiamo abili, più notiamo le mancanze e meno accettiamo le fragilità. Eppure, paradossalmente, rimandare il confronto sul campo di battaglia finché non siamo sufficientemente pronti – cosa che può sembrare ragionevole, diviene la trappola che non permette di mettersi alla prova, negando alla persona la possibilità di verificare le proprie abilità, addestrarsi alla tensione e allo stress e diventare forte.
L’altra faccia della medaglia del timore è costituita dall’eccessiva fiducia, ciò che gli americani chiamano self-confidence, la quale porta a scegliere obiettivi e mete irraggiungibili ed irrealizzabili. È necessario mantenere la capacità di rivedere gli obiettivi e aggiustare il tiro in corso d’opera, in base a ciò che la vita rimanda indietro. Watzlawick (1974) definisce “Sindrome da utopia” l’atteggiamento che deriva dalla convinzione di poter trovare, comunque vada, una soluzione definitiva ed onnicomprensiva. Spesso, ci si illude, ci si sente delusi e, di conseguenza, ci si sente depressi.

Le strategie della resilienza

Gli esiti  rispetto ad eventi stressanti sono eterogenei: si può andare da una disfunzione che si sviluppa a livello cronico a un recupero graduale fino un buon funzionamento. Di cruciale importanza, a questo proposito, è la capacità di chiedere aiuto laddove non si riesca a gestire autonomamente un trauma. Esistono delle strategie su cui si incentrano i vari programmi al di là del loro orientamento. Il Metodo di Problem Solving Strategico, per esempio, consiste nel riorientare in modo funzionale le tentate soluzioni a un problema su cui il paziente si è irrigidito in un copione che non si riesce più a modificare. L’obiettivo è ricalibrare la flessibilità ed ampliare le possibilità di scelta. Si sposta infatti il punto di osservazione rigido del soggetto a una prospettiva più elastica e funzionale.
Ognuno di noi nel corso della vita è chiamato ad affrontare eventi stressanti e vari tipi di difficoltà. Il fatto è che anche la realtà più problematica può essere scomposta in aspetti minori e la montagna più alta può essere scalata a partire da mete più raggiungibili. Come nella strategia miliare del divide et impera di Filippo il Macedone, bisogna procedere dividendo il nemico per potere passare all’attacco e così sconfiggerlo.  Del resto, darsi obiettivi vaghi o troppo generici apre le porte al fallimento. Quindi, per quanto possa sembrare banale, il primo passo è quello di definire il problema. Dedicare del tempo a questo processo ha l’utile funzione di fornirci nuove angolature e aprire nuovi scenari fino allora non considerati. Anche se siamo convinti del contrario, spesso emerge come il problema esistente e gli obiettivi che ci si pone non siano affatto chiari. Le difficoltà che ci appaiono familiari sono il realtà molto informi e pervasive; esse vanno dunque ridefinite e descritte in modo concreto e ancor di più ciò va fatto con gli obiettivi se pensiamo in un’ottica di prefigurazione del futuro. Se ci poniamo obiettivi vaghi o troppo grandi poniamo i presupposti per la disfatta e la rinuncia.

La ristrutturazione

La ristrutturazione è una tecnica terapeutica utilizzata non tanto per provocare un cambiamento cognitivo, quanto per mutare il significato ed il valore di un evento cambiandone la cornice di riferimento. Offrendo una nuova prospettiva, si può infatti vedere con occhi diversi la realtà fino a quel momento ritenuta negativa o vissuta come dolorosa. Il terapeuta costruisce così con il paziente una nuova dimensione di senso che aiuterà quest’ultimo a sostenere il suo senso di autostima e di autoefficacia. Addestrarsi all’arte della resilienza non significa solo concedersi i propri limiti e le proprie fragilità ma anche accettare l’idea che la vita ci ponga ostacoli e difficoltà da superare e prepararsi alle sfide che tengono accesa la nostra naturale tendenza alla combattività e alla crescita.

Chiara Zanetti

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