Ciao ragazzi! Intanto, benvenuti a bordo di questo webzine e grazie per aver accettato di essere intervistati.

TrAmando Milano è un po’ nelle vostre corde, nel senso che parrebbe anche voi amiate la città meneghina e stiate cercando di trovarvi posto. Questo vale per il Nord Italia in genere, non solo per Milano. Sbaglio? 

Vero. È dovuto un po’ al fatto che ci sembra naturale uno sbocco fuori dal nostro contesto cittadino e regionale e un po’ dal fatto che abbiamo l’etichetta discografica veneta. Milano è una delle prime città in cui ci siamo esibiti dopo Roma.

Fate un genere molto particolare, che può essere accolto sotto l’effige del pop-rock. Particolare in quanto è adatto ad essere ascoltato da un pubblico eterogeneo, vista la sua capacità di presa. Volete parlarci di come vi siete avvicinati a questa estetica peculiare?

Le etichette di genere non ci hanno mai fatto impazzire. Come andrebbero definiti i primi Radiohead o in che categoria inserireste l’ultimo Noel Gallagher? Certo, esistono delle macro-aree nella musica. Sicuramente pop/rock è quella che più ci rappresenta. Ma non l’abbiamo scelta, in realtà ci siamo caduti dentro naturalmente. I pezzi scritti da Paolo sono nella loro essenza pop con venature rock. Poi la differenza la fa come vengono lavorati. Ad esempio in Different Ways la veste più idonea per alcuni brani è stata rock con beat dance (Strong Love), per altri come Lost Dreamer o Ghost of Mine la ballata acustica, altri come Understand hanno una vena più folk o Sinkin’proud, ad esempio, è venuto fuori un pezzo dal sound scuro e synth elettrico. Questo perché preferiamo farci guidare dai brani e non dalle categorizzazioni.

Quello che mi colpì del vostro live lo scorso luglio fu la versatilità della linea melodica unita alla profondità del brano scritto. Ci sono orme della musica di cantautore?

Se è stata colta questa sfumatura cantautorale vuol dire che c’è. E ne siamo anche fieri! Anche qui non cercata ad ogni costo, è accaduto. Abbiamo ascoltato chi più chi meno songwriters che rientrano nel novero dei cantautori. Paolo, che scrive i testi, in particolare ha una predilezione per cantautori italiani ed internazionali che abbinano testi di spessore a melodie eterogenee. Il processo di quello che si ascolta e poi si scrive non è mai lineare. Di certo i testi parlano molto di vita reale, vissuta ma lasciano spazio anche a “state of mind”; sono uno spaccato ed un’autoanalisi, a volte una disillusa presa di coscienza.

Se doveste fare un bilancio del disco inciso quest’anno, “Different ways”, cosa direste? Siete contenti della ricezione? In cosa credete sia possibile migliorare?

Forse è ancora presto per tirare un bilancio di Different Ways. È uscito a marzo il primo singolo radiofonico e a maggio il disco. Di sicuro non ha ancora espresso tutto il suo potenziale. Ma sappiamo che non è facile e ci vuole tempo specie se non si hanno alle spalle grandi circuiti o una major. Strong Love ad esempio ha avuto un riscontro laddove è passata, ma è ancora poco rispetto alle nostre aspettative. Vedremo con i dati del disco cosa succederà. Si può migliorare sempre, in particolare nella promozione e visibilità di una band che deve farsi ancora conoscere. Non ci accontentiamo affatto.

Nella recensione che scrissi in estate ponevo l’accento sul primo singolo estratto dall’album: “Strong Love”. Parlateci del nuovo ep, della sua genesi, delle prospettive che avete e delle differenze rispetto al primo. 

Strong Love è una faccia dei Denial, l’altra è Ghost of Mine, almeno per Different Ways. Abbiamo scelto i pezzi che rappresentano il sound moderno e vintage della band. Sicuramente il prossimo singolo fa parte del lato acustico del disco, che è molto spiccato. Con questo vogliamo raggiungere chi ama quel sound elettroacustico che tanto ci ha segnato negli anni ’90.  È una vena dei Denial che abbiamo voluto tirare fuori ora, prima che sia troppo tardi. In effetti i nuovi brani del prossimo disco avranno una veste diversa. Con questo non vogliamo dire che non ci saranno più le acustiche. Il nostro songwriter scrive sulla acustica, ama i brani acustici, quindi finché sara’ lui a scriverli nessuno potrà negare la vena acustica. Ma indubbiamente il processo di scrittura di Paolo e l’arrangiamento dei Denial si sta evolvendo verso qualcosa di più complesso.

Affronto ora un tema spinoso: la meritocrazia nel nostro Paese. Senza fare di tutta l’erba un fascio, bisogna comunque riconoscere che in campo musicale – e artistico in genere – fa tanta strada chi fa leva su appoggi solidi. Ammesso che siate d’accordo con me, intravedete un orizzonte di cambiamento o siete dell’opinione che la situazione rimarrà stagnante ancora a lungo?

Bella domanda! Difficilmente cambierà qualcosa fin quando a far parte del carrozzone mainstream saranno sempre gli stessi artisti e band delle solite due/tre etichette discografiche. In Italia è strano che emerga chi ha qualcosa da dire o propone pezzi di qualità, lo fa invece chi è più spendibile commercialmente. Ecco perché ci ritroviamo con delle playlist radiofoniche “bloccate”, quasi tutte uguali e già prestabilite. Se entri a far parte di quel circuito puoi produrre anche schifezze, sarai sicuro che il tuo pezzo verrà passato e diverrà un tormentone. È quello che accade sempre, no? La vera musica indipendente ha margini ridotti, non se la passa bene e deve sgomitare.

Come immaginate sarebbe un tour all’estero? Rientra nelle vostre priorità al momento o siete proiettati ad affermarvi prima in Italia?

Sarebbe un bel terreno su cui confrontarsi. L’estero per il tipo di musica che facciamo dovrebbe essere una tappa obbligata. E indubbiamente costituirebbe un momento di crescita. Non perché in Italia non ci sia possibilità di maturare esperienza, ma perché i contest live vengono organizzati diversamente ed il pubblico sembra essere più recettivo. È anche vero che essendo italiani dobbiamo necessariamente farci conoscere e trovare il nostro pubblico anche qui.

Un po’ di storytelling adesso. Tematiche, sogni, progetti, intenti e finalità: cosa vorreste che i vostri aficionados sapessero sul vostro conto?

Sì, ad esempio ci farebbe piacere che sappiano che non ce ne frega niente del politicamente corretto. C’è questa tendenza in Italia soprattutto nel music show-business di prendere un po’ tutto come viene. Band o artisti che, a nostro parere, hanno poco da trasmettere, diventano dei fenomeni social o piazzano delle tristissime hits radio a raffica. Ma va tutto bene, perché un certo tipo di manager del settore ha deciso che questo è quel che la gente debba sentire, il meglio che possiamo permetterci. Poi li senti live e sono pietosi, li leggi e non hanno sostanza ma sui social spaccano. Anche grazie a studiate campagne mediatiche che loro accettano senza preoccuparsi di avere un’identità. Quello che facciamo noi va all’opposto, è figlio della passione. Non abbiamo tirato su una band a tavolino, nessuno ci ha selezionato per impacchettare un prodotto. Ciascuno di noi ha un suo percorso, siamo tutti ragazzi che vengono dalla periferia. Nei Denial ci sono tre generazioni, quella figlia dei ’60/70, quella degli 80’/’90 e infine quella ’90/2000, per via delle nostre età differenti. Ci verrebbe da dire che ora come ora siamo un virus nel sistema dello showbiz, purché questa etichetta non diventi un ‘gioco di ruolo’. Siamo contemporanei, è vero, ma confidiamo nel potere delle band che si formano ancora nelle sale prove di una periferia urbana. Qualcosa che è passato di moda? Non crediamo. Il rock, nella sua accezione più ampia, non se la passa bene ma è un qualcosa che per sua natura si rigenera. Passerà l’epoca dei talent show, dei prodotti musicali di plastica, dei brand da supermercato imposti dal business discografico. E ad emergere in qualche modo, in questo mare di fango, saranno ancora artisti e band autentiche, che hanno qualcosa da dire e credono ancora nella scrittura degli album e nell’importanza del saper stare e portare la loro musica su un palco, davanti alla gente. Questo è quel che conta alla fine della fiera. O almeno lo crediamo, se così non fosse, sarebbe meglio smettere.

Grazie mille e a prestissimo col nuovo video!

Chiara Zanetti

Condividi