Caro Alfredo, intanto grazie per aver consentito all’intervista.

Ti occupi a livello accademico – con una carriera nutrita ed assodata alle spalle – di filosofia della mente, scienze cognitive, metafisica ed estetica, campi di ricerca sconfinati e di estremo valore ed interesse. Quali sono i principali approcci ontologici alla filosofia della mente contemporanea?
Ci sono moltissime tesi sulla natura della mente e diverse questioni da districare. Mantenendomi ovviamente entro una prospettiva non tecnica e molto generale, direi che una prima questione riguarda il cosiddetto “marchio del mentale;” una seconda questione riguarda lo statuto ontologico e metafisico della mente rispetto al “fisico;” ed infine una terza questione riguarda le basi fisiche della mente.
La prima questione verte essenzialmente sulla demarcazione del mentale dal “nonmentale.” Pressoché tutti sono d’accordo nel distinguere fra stati mentali e stati nonmentali. Sassi, libri, ed in generale gli oggetti ordinari non hanno una mente. È possibile identificare una proprietà specifica che distingua gli stati mentali da quelli non mentali? Probabilmente la risposta più comune attualmente identifica la proprietà caratteristica del mentale nell’ intenzionalità (dal latino intentio). Si tratta di un termine tecnico che sta ad indicare la capacità di uno stato mentale di riferirsi ad altro. In altre parole, gli stati mentali, a differenza da quelli non-mentali, hanno un “tema:” non è possibile pensare se non “pensare a qualcosa,” percepire, se non “percepire qualcosa,” ricordare, se non “ricordare qualcosa,” e via dicendo. Un’altra possibile risposta alla prima domanda sostiene invece che il marchio del mentale sia la coscienza. Uno stato è mentale se e solo se è cosciente. Entrambe le posizioni naturalmente aprono le porte ad ulteriori problemi.
Passando invece alla seconda questione, buona parte dei lavori contemporanei presuppongono l’erroneità del dualismo delle sostanze, più spesso etichettato come “dualismo Cartesiano.” La mente sarebbe una sostanza diversa dalla “materia” (qualunque cosa sia). È una dicitura assai comune, sebbene impropria, o per lo meno semplificante, dal momento che il dualismo delle sostanze ha una storia assai più lunga e complessa del pensiero cartesiano.
Molti filosofi dualisti contemporanei abbracciano una forma di dualismo delle proprietà. Assumendo l’esistenza di un’unica sostanza, questi filosofi cercano di mostrare come le proprietà mentali non siano ontologicamente riducibili alle proprietà fisiche. Non tutti accettano il dualismo. Altri sposano una qualche forma di fisicalismo, la tesi per cui tutto ciò che esiste—mente inclusa—sia essenzialmente fisico (qualunque cosa sia il “fisico”). È una famiglia molto ampia di posizioni, molto spesso articolate sotto forma di teorie dell’identità: la mente è un insieme di proprietà fisiche. I panpsichisti sostengono che la mente—ma più spesso la coscienza—sia letteralmente ovunque, per lo più sotto forma di proprietà latenti nell’universo, rese manifeste solo entro certi sistemi di sufficiente complessità, come noi, ad esempio. Il panpsichismo così inteso mostra qualche somiglianza con certe forme di monismo, per cui tutto sarebbe riconducibile ad un’unica sostanza “neutra,” cioè né fisica né mentale.
Passando invece all’ultima questione, possiamo distinguerla in due aspetti. Il primo aspetto della terza questione riguarda la natura delle proprietà fisiche correlate con la mente: è chiaro che l’universo fisico racchiude svariati tipi di proprietà fisiche distinte fra loro, e non tutte sono in qualche modo connesse alla mente. Il secondo aspetto della questione riguarda invece la determinazione del veicolo fisico della mente. La maggior parte degli scienziati cognitivi e dei filosofi sposa una forma di internalismo del veicolo: le basi fisiche della mente sono solo nel nostro cervello, o forse nel sistema nervoso più in generale. Ma ci sono varie forme di esternalismo del veicolo, come la mente estesa, secondo cui le basi fisiche della mente si estendono ad oggetti esterni all’organismo. Ad esempio, secondo alcuni, la rubrica del cellulare sarebbe letteralmente una componente della nostra memoria, le basi fisiche della nostra mente includono il cellulare, così come altri oggetti o artefatti cognitivi.
Naturalmente tutte le posizioni che ho elencato sinora sono suscettibili di ulteriore analisi, e possono essere variamente combinate.

Per una persona non addetta ai lavori, il tema inconscio e coscienza risulta di grande fascino. Non ti chiedo di sviscerarlo in questa sede ma di raccontarci qualcosa circa le conclusioni a cui sei approdato nel tempo.

Il problema della coscienza è stato al centro del dibattitto in filosofia della mente per decenni, raggiungendo un picco fra gli anni 90 e i primi anni 2000. Buona parte della questione riguarda il corretto inquadramento concettuale del fenomeno. Tutti sappiamo di che cosa si parla quando parliamo di “coscienza,” ma come darne una definizione precisa? Nelle loro speculazioni, filosofi e scienziati cognitivi hanno stilato una sorta di bizzarro e variegato bestiario sulla natura della coscienza, introducendo numerosi concetti, ad esempio: coscienza fenomenica, coscienza d’accesso, coscienza soggettiva, qualia, esperienza, coscienza di monitoraggio, autocoscienza, e molti altri. Secondo alcuni questi concetti si riferiscono a diversi aspetti del medesimo fenomeno, secondo altri si tratta letteralmente di fenomeni distinti.
Fra tutti i concetti elencati, senza dubbio il più controverso è quello di “coscienza fenomenica,” attorno al quale si addensano una serie di problemi talmente intricati e complessi che spesso vi si fa riferimento come al “problema difficile.” La coscienza fenomenica, in parole semplici, sarebbe l’aspetto soggettivo o intrinseco della nostra vita mentale. Apriamo gli occhi ed esperiamo il verde delle foglie, l’azzurro del cielo, il profumo del vento, o il timbro della voce che stiamo ascoltando. Che ci sia una siffatta esperienza soggettiva è fuori di dubbio, ed è altrettanto fuori di dubbio che sia proprio quest’aspetto a marcare la distinzione con stati mentali inconsci. A rendere il problema tanto controverso è la questione della natura dell’esperienza fenomenica.
Il campo è diviso in due fazioni. Secondo alcuni, la coscienza fenomenica è una sorta di entità irriducibile a stati fisici. Il salto qualitativo che si osserverebbe fra oggetti inconsci ed oggetti consci è dovuto al fatto che la coscienza non è ontologicamente spiegabile tramite ricorso alle basi fisiche. È questa irriducibilità che motiva, in larga misura, il dualismo delle proprietà o il panpsichismo. Secondo altri, invece la coscienza sarebbe spiegabile tramite il ricorso a specifiche proprietà fisiche, o a proprietà funzionali di uno stato fisico. In questo secondo senso si parla spesso di “coscienza d’accesso” (o anche coscienza funzionale, ecc.). Facciamo un esempio. Se scrivo la proposizione “Kraus era uno scrittore austriaco” non mi aspetto di aver fornito alcuna informazione nuova al lettore. Tuttavia, nel percorrere queste righe con lo sguardo probabilmente il lettore non stava affatto pensando all’autore dei Detti e contraddetti. Nel momento in cui ho presentato quella proposizione, però, ho in qualche modo fatto affiorare alla coscienza del lettore questa informazione di cui era probabilmente già in possesso. L’aspetto funzionale della coscienza si riferisce al fatto che un contenuto (come la proposizione “Kraus era…”) cosciente è funzionalmente accessibile ad altri stati mentali. Ad esempio, ora il lettore potrà pensare a Karl Kraus, all’Austria, ecc. Chi ritiene che la coscienza fenomenica sia riducibile alla coscienza d’accesso sostiene che, in qualche modo, spiegare la struttura ed architettura funzionale della coscienza sia sufficiente a spiegarne l’aspetto intrinseco o qualitativo. Non ci sarebbe null’altro, nessun’altra misteriosa entità residua nell’analizzare la coscienza.
Personalmente, credo che il termine “coscienza” si riferisca ad un insieme, uno sciame di fenomeni distinti strettamente connessi fra loro. Non credo, in altre parole, che ci sia “una” coscienza ma diversi fenomeni distinti che operano insieme come una sorta di complicata orchestra. Spiegare la coscienza significa spiegare la complessa interazione fra questi fenomeni e i loro profili funzionali.

Hai appena dato notizia di un workshop intitolato: “In Philosophy of Mind and of Cognitive Science”. Ce ne vuoi parlare?

Si tratta del “First Bochum Graduate Workshop in Philosophy of Mind and of Cognitive Science.” Idealmente, come sottolinea il “First,” dovrebbe trattarsi del primo di una serie annuale di graduate workshop. Le graduate (grad) conference o workshop sono esplicitamente mirate a giovani ricercatori e ricercatrici—dottorandi o postdottorandi all’inizio della loro carriera. Ve ne sono diverse fra cui la Oxford grad conference, o la Harvard-MIT Grad conference. In genere si tratta di conferenze a tema aperto, mentre il nostro workshop verterà esclusivamente sulla filosofia della mente e delle scienze cognitive, in senso ampio. Il workshop, oltre ad ospitare due keynote speakers—Eva Schmidt (Zurigo) e Jim Pryor (New York)—consentirà ai relatori di ricevere commenti estesi ai loro lavori. Formeremo delle “coppie” di studiosi, un esterno ed un interno proveniente dall’università di Bochum: ciascuno presenterà il proprio lavoro ricevendo commenti dall’altro, oltre che dal pubblico.

Ciò che qualifica principalmente le scienze cognitive a partire dalla loro nascita al MIT di Boston nel 1956 è il loro carattere tipicamente interdisciplinare e il loro costituirsi attraverso la coniugazione di discipline anche molto differenti per cercare di mettere a fuoco una visione della mente più valida possibile. A che punto siamo?

È difficile trarre un bilancio complessivo, anche perché, come giustamente affermi nella tua domanda, le scienze cognitive non sono esattamente una scienza, ma una sorta di sforzo collettivo che converge nel tentativo di comprendere la mente. In questo intricato crocevia di prospettive e discipline diverse—dalla filosofia alla IA, dalla computer science alla psicologia, dalla robotica alla computer vision, passando per la psichiatria, antropologia, ecc.—uno dei collanti è rappresentato dalla profonda e sfaccettata metafora della mente/cervello (o base fisica estesa) come software/hardware. In altre parole, il sistema cognitivo sarebbe un elaboratore di informazioni. Ovviamente il sistema può essere studiato a diversi livelli di complessità. Sebbene la metafora sia stata oggetto di critiche, specialmente da parte di alcuni difensori della cosiddetta “cognizione incorporata,” nell’insieme la metafora tiene ancora bene nelle scienze cognitive.
Di recente si riscontra un rinnovato interesse per l’intelligenza artificiale, dopo un periodo di stagnazione. Interesse che ha rinfocolato la speculazione filosofica sulla possibilità di macchine intelligenti o perfino autocoscienti, e sulle questioni etiche legate all’interazione uomo-macchina. Sul piano dell’interazione uomo-macchina una questione interessate riguarda gli sviluppi nella robotica, ed in particolare la possibilità di progettare macchine in grado di interagire anche emotivamente con agenti umani. Una sfida da superare, su questo fronte, è ancora rappresentata dalla cosiddetta “uncanny valley”—termine coniato da Masahiro Mori in riferimento all’apparente paradosso per cui robot assai simili nelle fattezze agli uomini suscitano sensazioni sgradevoli, repulsione, o persino inquietudine. È curioso ed istruttivo il fatto che robot che poco o nulla hanno in comune con agenti umani, ad esempio, scatole di cartone dotate di ruote e sensori di movimento, ed una limitata capacità di interazione verbale (possono porre domande semplici del tipo: “Come stai oggi?” “Com’è andata la tua giornata?” ecc.) siano assai più efficaci nello stabilire una connessione emotiva, al punto da far pensare ad applicazioni pratiche nell’assistenza a persone anziane e sole, o nell’interazione con bambini con gravi forme di autismo o Asperger.
Ci sono stati anche numerosi passi avanti nelle neuroscienze, ad esempio con l’introduzione delle tecniche NIBS (Non-Invasive-Brain-Stimulation), che consentono di indagare l’attività neurale senza ricorrere ad interventi invasivi. Per citare solo un altro esempio fra i tanti, il laboratorio Gallant ha fatto passi da gigante nel riuscire a ricostruire il contenuto mentale tramite osservazione dell’attività
cerebrale, il che potrebbe consentire, in futuro, una serie di opzioni diagnostiche che interesserebbero condizioni ancora poco comprese, come il coma o lo stato vegetativo. La vision science, quel particolare sub-settore delle scienze cognitive che mira allo studio della visione umana e non—vi sono ad esempio studi sulla visione in alcune specie di uccelli o in lepidotteri, e sistemi di riconoscimento in visione artificiale—, ha fatto invece passi da gigante nell’integrare diverse prospettive fra loro, traendo vantaggio dalla multidisciplinarietà che caratterizza questo ambito di studi. Al momento, la vision science è forse il settore più avanzato delle scienze cognitive.
Fronti ancora aperti e interessanti riguardano il rinnovato interesse per il problema degli stati alterati di coscienza ed esperienze oniriche. Casi di alterazione patologica della coscienza, assai comuni ad esempio in soggetti affetti da alcuni disturbi della personalità, comprendono ad esempio le crisi di vuoto—è come se il soggetto non provasse più nulla, solo vuoto—, o la derealizzazione, condizione che occasionalmente interessa anche i soggetti perfettamente sani per periodi limitati, per cui il soggetto sveglio è come se fosse estraniato o sottratto alla realtà, come in un sogno.
Siamo ovviamente molto lontani dal comprendere come funziona la mente. Dal punto di vista filosofico, io auspico una maggiore comprensione reciproca fra scienziati e filosofi. Troppi filosofi, anche e forse soprattutto filosofi della mente, pontificano sulle presunte mancanze ed ingenuità delle scienze cognitive (e delle scienze in generale) senza conoscerle; e troppi scienziati si lasciano andare ad affermazioni filosoficamente grezze e superficiali, o denigrano il contributo filosofico per semplice ignoranza. Una maggior cautela, e l’umiltà di riconoscere il reciproco contributo della filosofia e delle scienze cognitive faciliterebbe senz’altro ulteriori progressi in ambo i campi.

Hai pubblicato un articolo che si chiama “Do We See Facts?” Qual è la tua risposta a tale interrogativo?

L’articolo non è ancora pubblicato, è attualmente in peer review. È un lavoro nato durante il mio soggiorno a Cambridge, e poi presentato successivamente in varie altre conferenze e incontri. L’articolo verte su uno dei miei principali temi d’interesse: gli oggetti visivi, le unità coerenti che appaiono nel nostro campo visivo e che includono, oltre ad oggetti ordinari, anche gli “ephemera” come le ombre o arcobaleni. Ma per capire la questione occorre fare una precisazione terminologica. Con “fatti” ci si riferisce in filosofia generalmente a stati di cose attuali, uno speciale tipo di entità introdotto da filosofi come Wittgenstein, Russell, ed Armstrong nel secolo scorso. Un “fatto” così inteso è una entità complessa, ontologicamente eterogenea, un particolare che possiede una proprietà—generalmente intesa come un universale—con la quale forma una unità. Alcuni filosofi sostengono che noi vediamo fatti così intesi, ed hanno persino avanzato argomenti basati su considerazioni scientifiche per suffragare la loro tesi. Nell’articolo sostengo che gli argomenti scientifici avanzati non supportano la tesi fattualista, e propongo una interpretazione degli oggetti visivi come fasci di proprietà. Un oggetto visivo è una configurazione o costellazione di proprietà.

A mio avviso, i grandi pensatori del passato avevano – con tutti i limiti del caso – un attitudine alla riflessione molto più spiccata . Sei d’accordo?

No, non credo ci fosse una maggiore attitudine alla riflessione. La filosofia oggi ha a disposizione una serie di nuovi mezzi come gli sviluppi della logica che hanno consentito una diversificazione ed un approfondimento senza precedenti. Quel che credo manchi sempre più in molti ricercatori di filosofia è una formazione più completa, che metta al riparo dagli effetti deleteri dello specialismo. Se un tempo il “filosofo” aveva per vocazione una cultura tendenzialmente enciclopedica—anche se troppo spesso esclusivamente umanistica, come se quella scientifica non fosse una cultura degna di rispetto—oggi molti ricercatori e professori di filosofia hanno una visione sempre più ristretta e limitata al loro campo d’interesse. Col risultato che molti filosofi siano ormai quel che in tedesco viene chiamato un “Fachidiot.” Le conseguenze sono diverse: dall’incapacità di riconoscere le effettive implicazioni e profondità di una posizione o tesi (e dunque la sua valutazione), alla incapacità di dialogare con le altre discipline, ignorando preziose risorse. Non è un problema semplice, e in larga misura a contribuire a questo stato sono sia il grado di specializzazione raggiunto in certi settori, sia una politica accademica improntata ad uno stupido publish or perish.

Ti sei soffermato in più occasioni sul tema “Europa”. Quali sono le tue considerazioni preminenti in merito?

Non ho le competenze per fare un discorso da specialista in proposito. Mi limito a dire la mia come chiunque altro, senza pretesa di autorità. Penso che l’Europa possa riuscire a mantener salda la propria unità solo contribuendo alla formazione di una identità collettiva europea da un lato, e dall’altro contribuendo alla formazione politica dei cittadini.
Sul primo versante, la xenofobia anti extra-comunitari, così come quella anticomunitari, si alimenta anche solo di ignoranza, paura percepita e abbondantemente smentita da solidi dati. E l’unico modo per contrastare lo sfaldamento del tessuto sociale dovuto alla paura è la formazione: la conoscenza della lingua dello straniero, la sua storia, religione, usi e costumi, e la comprensione di come l’Europa formi un unico tessuto di interdipendenze ormai da secoli. Insomma, si tratta, in larga misura, di combattere l’atavica paura per l’ignoto. Sull’altro versante, le ondate di euroscetticismo sono state senz’altro fomentate sia dalla miopia di una certa classe dirigente—non solo italiana, naturalmente—sia dall’ignoranza riguardo l’entità “Europa,” i suoi meccanismi, e le altre realtà che compongono l’Unione. Se i cittadini non conoscono i meccanismi dello Stato e dell’Unione Europa non potranno esprimere il loro disagio in altro modo che con una rabbia cieca, genericamente diretta contro il nemico “Europa.” Insomma, in una sola parola, l’Europa si può tenere insieme solo grazie alla formazione, ed un ruolo centrale dovrebbero giocarlo le cosiddette discipline umanistiche.

Chiara Zanetti

Condividi