Giorgio Maranghelli, scrittore, traduttore e giornalista italiano del ‘900, parlava dell'”erratica densità di un epistolario“, ove finzione e realtà si sposano conciliandosi, e l’Io è colto nella sua dimensione più autentica e intima. 

La struttura narrativa di un romanzo epistolare si gioca su una sequenza di due o più lettere ed era nota sin dai tempi classici (ricordiamo, ad esempio, le “Heroides” di Ovidio), ma solo in età moderna si delineò come genere a sé stante, in particolare da fine ‘600, trovando pieno dispiegamento nel XVIII secolo. In questo periodo ne vennero pubblicati più di un centinaio da parte di autori di nota fama, tra cui Richardson, Rousseau, Montesquieu, Goethe e Foscolo, per citarne alcuni. Le questioni affrontate nei loro testi sono essenzialmente private e riconducibili alle sfere emotiva e sentimentale, ragione per cui il lettore è letteralmente catapultato in un microcosmo paradossalmente universale, in cui è possibile immergervisi e rispecchiarvisi. Simili, in questo senso, sono “le scritture dell’Io“, ovvero il diario e l’autobiografia, che si svilupparono peraltro nello stesso periodo storico (si pensi a la “Vita” di Alfieri). Nonostante i punti in comune, la presenza di un destinatario, seppur fittizia e immaginata, limita la confessione dell’autore all’interno dell’epistolario, che si configura così come un vero e proprio genere dialogico anziché come un monologo. Ovviamente, i personaggi sono limitati e anche la narrazione si disfa pian piano, dando vita a un tessuto che non consta tanto di trama bensì di sentimenti allo stato più puro e ieratico. La struttura narrativa in prima persona e al presente agevola l’immedesimazione e la partecipazione del lettore.

Propongo, di seguito, dei passaggi che ritengo tra i più belli di alcuni dei testi riportati nell’immagine di copertina dell’articolo: “Dracula” di Bram Stocker, “I dolori del giovane Werther” di Goethe, “Le relazioni pericolose” di Choderlos De Laclos.

“Dracula” (1897)

“Quando ho scoperto d’esser prigioniero, una sorta di ira selvaggia si è impadronita di me. Correvo su e giù per le scale, provando le porte una ad una, e scrutando da ogni finestra che trovavo; ma dopo un po’ sono stato sopraffatto da una sensazione di totale impotenza. Ripensandoci adesso, dopo qualche ora, credo di essere stato fuori di me, perché mi sono comportato come un topo in trappola. Alla fine, certo dell’inutilità di qualsiasi tentativo, mi sono seduto con calma — la stessa con cui ho sempre affrontato gli eventi della vita — e ho cominciato a pensare cosa fosse meglio fare. Ci sto ancora pensando, e finora non ho trovato una soluzione certa. Solo di una cosa sono sicuro: è inutile parlarne al Conte. Egli sa bene che sono prigioniero; e poiché è stato lui a volerlo, avrà le sue ragioni, e se gliene chiedessi spiegazione mi darebbe certo false risposte.”

I dolori del giovane Werther” (1774)

“Allora eri felice! – esclamavo, mentre rapidamente mi avviavo alla città – Allora eri come un pesce nell’acqua! Dio del cielo! Questo è il destino che hai dato agli uomini: di esser felici soltanto prima di acquistare la ragione, e dopo averla perduta! Disgraziato! Eppure io invidio il tuo turbamento, lo smarrirsi dei sensi nel quale tu langui. Tu esci pieno di speranza a raccogliere fiori per la tua regina, d’inverno, e ti rattristi e non puoi comprendere perché non ne trovi. E io… Io esco senza speranza, senza scopo, e ritorno come sono uscito. Tu immagini quale uomo saresti se gli Stati Generali ti pagassero. Felice creatura che puoi attribuire a un ostacolo terreno la tua mancanza di felicità! Tu non senti che la tua miseria dipende dal tuo cuore distrutto, dal tuo cervello turbato, e che tutti i re della terra non possono aiutarti.
Deve morire disperato colui che deride un malato che viaggia verso lontane fonti che aumenteranno la sua malattia e renderanno più dolorosa la sua fine; colui che insulta un cuore oppresso che per liberarsi dai suoi rimorsi e metter fine ai dolori dell’anima intraprende un pellegrinaggio al santo sepolcro. Ogni passo che gli lacera i piedi per i sentieri non segnati è una goccia di balsamo per il suo animo oppresso; ad ogni giornata di cammino il suo cuore si riposa, alleviato da molte afflizioni. E voi osate chiamare questa follia, voi, mercanti di parole adagiati sui vostri guanciali? Follia! Dio, tu vedi le mie lacrime! Dovevi tu, dopo aver creato misero l’uomo, dargli anche dei fratelli che gli rapissero il poco che possiede, e il poco di fiducia che egli ha in te, Dio d’amore!”

Le relazioni pericolose” (1782)

“Le illusioni dell’amore possono essere più dolci, ma chi non sa anche quanto siano meno durature? E come è pericoloso il momento in cui crollano! Allora i minimi difetti appaiono urtanti e insopportabili per il contrasto con l’idea di perfezione che ci aveva sedotto. Ciascuno dei due crede però che solo l’altro sia cambiato e che lui sia sempre rimasto come in un istante di smarrimento era stato giudicato. Si meraviglia di non suscitare più quel fascino che neppure lui prova per l’altro, e ne resta umiliato, la vanità ferita inasprisce gli animi, ingigantisce i torti, provoca il risentimento, genera l’odio; e così dei frivoli piaceri sono pagati con lunghe sventure.”

Chiara Zanetti

 

 

 

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