La fine di una relazione, analogamente ad un lutto, è l’esperienza emotiva più dolorosa che una persona possa sperimentare. Quando ci innamoriamo, sembriamo tutti molto ferrati in materia; abbiamo persino un bel repertorio di corteggiamento da sfoggiare ma, in realtà, non sappiamo un granché di cosa sia l’amore, di cosa accada all’interno di una relazione di coppia né tanto meno come sopravvivere e rigenerarsi quando essa finisce.

Questo articolo segue a una fase di documentazione sul tema attraverso la lettura del libro della psicoterapeuta e consulente matrimoniale Daphne Rose Kigma, intitolato: “Perché l’amore finisce, come superare la fine di un rapporto”. Il testo nasce dalle esperienze che la terapeuta ha appreso dai suoi clienti in quindici anni di pratica ed è – a parere di chi scrive – un utile strumento per la comprensione e il superamento di una situazione talmente dolorosa e angosciante da mettere in crisi il concetto stesso della nostra identità. A venir meno, infatti, non è solo il contesto domestico e la dimensione abitudinaria, ma anche il senso di chi siamo realmente a scapito della nostra autostima, che viene lesa in profondità. Nasce spontaneo il bisogno di comprendere cosa sia successo e perché la coppia abbia fallito, scardinando la sensazione di vivere un insuccesso personale che potremmo trascinarci per anni o addirittura per sempre.

A che pro instaurare relazioni?

Di fondamentale importanza risulta comprendere che stabilire un rapporto di coppia costituisce un modo per costruire la propria personalità e definire sé stessi. Ne deriva che nel corso della vita si intraprendano e concludano più storie d’amore. Scrive la Kingma:

“Una relazione è un processo, non una meta. Non è necessariamente il luogo del riposo emotivo cui le persone approdano, ma piuttosto un’entità vitale e in costante evoluzione che possiede una vita, una lunga vita, propria”.

I falsi miti sull’amore che andrebbero sfatati

Riflettendo sui miti che circondano l’amore, il principale è il concetto che esso sia eterno. Vi è infatti la tendenza a considerare le relazioni unioni permanenti, in grado di perdurare per sempre. Di fatto, è questo presupposto a rendere difficile troncare un rapporto: interrompendo una relazione, infatti, smentiamo questa convinzione radicata e realizziamo che, in realtà, abbiamo avuto solo un rapporto episodico. È invece una possibilità che le relazioni possano concludersi, motivo per cui andrebbe abbattuto il mito dell’eternità al fine di non precipitare in devastanti crisi di autostima.
Un altro aspetto da smitizzare è quello che vuole che le relazioni siano onnicomprensive, ovvero che il nostro partner basti a soddisfare tutte le nostre esigenze. In altri termini, pensiamo che la la stragrande maggioranza dei nostri bisogni venga realizzata dal rapporto. Vogliamo ottenere dalla persona amata compagnia e divertimento, stimoli intellettuali ed emotivi, conforto fisico e sessuale, in modo che il nostro lui o la nostra lei siano il nostro tutto, diventando il  fulcro vitale della nostra esistenza. È proprio perché coltiviamo aspettative tanto elevate ed esclusive verso le nostre relazioni che coliamo a picco quando queste finiscono; le nostre esigenze, in quel momento, vengono frustrate e siamo paralizzati al pensiero della solitudine al punto d pensare che non ne usciremo mai, che non potremo più amare o essere amati.

Occorre capire che questi miti dell’amore eterno e del “tutto compreso” risalgono a un’epoca e tempi lontani, per cui non dobbiamo in alcun modo sentirci in difetto se non creiamo relazioni conformi ad essi. Si tratta di atteggiamenti culturali che non hanno più senso nelle circostanze in cui ci troviamo, considerando che i bisogni che ci competono all’interno della coppia sono ormai del tutto diversi. Se in passato si perseguivano obiettivi comuni di sostentamento e stabilità economica, oggi gli obiettivi riguardano l’individuo ed i suoi bisogni più intimi.

Qual è il vero motivo per cui stringiamo un rapporto?

Avendo risolti i problemi basilari della sopravvivenza, possiamo permetterci il lusso di occuparci dei livelli più profondi dello sviluppo emotivo, spirituale ed estetico. Ed è proprio nelle relazioni, nell’intimo e impegnativo incontro con l’altro, che possiamo farlo nel migliore dei modi. Pur avendo difficoltà ad ammetterlo, dunque, ci impegniamo nelle relazioni essenzialmente per scoprire, favorire, migliorare e sostenere la nostra persona, anche se preferiamo considerare l’amore come un momento della vita permeato di magia, mistero e romanticismo. Questa aurea romantica non va del tutto eclissata, tuttavia è necessario sgomberare da inutili ombre la fase della fine di un amore. Quando una relazione termina, è fondamentale osservarla attraverso le lente della realtà e chiedersi: “Di che cosa si è trattato veramente?” Serve capire cosa è successo in modo da non avvertire il senso di colpa e di fallimento, in modo da trarne una lezione per il futuro e poterci innamorare ancora.

Gli obiettivi di sviluppo come fulcro dell’innamoramento

Le esperienze di vita che creiamo ci aiutano a scoprire chi siamo realmente e a confermare ciò che già abbiamo capito di noi. Questo processo di auto-definizione e di scoperta di sé avviene mediante ciò che Kingma chiama “obiettivi di sviluppo” e sono proprio le relazioni – più di qualsiasi altra cosa – che ci aiutano a perseguirli. Vi sono vari ordini di obiettivi; alcuni esteriori e pratici ed altri legati al processo di sviluppo psicologico e quindi finalizzati alla risoluzione di problemi di ordine emotivo (ad esempio, la sessualità, la condizione di donna o uomo, la creatività, l’autonomia ecc). L’amore è il mezzo principe attraverso cui ci offriamo reciproca assistenza in questo senso, rispondendo a bisogni psicologici volti a supplire a carenze specifiche dell’infanzia o mirati a scoprire i significati emotivi della stessa. È infatti noto che la nostra infanzia è la matrice di tutto ciò che ci succede nella nostra vita da adulti. Consciamente o inconsciamente, prendiamo decisioni  che sono tentativi di capire cosa è accaduto nei nostri primi anni di vita. Del resto, più sappiamo di noi, più siamo in grado di essere noi stessi nel senso più sacro e completo dell’espressione. Sulla base di questo, scegliamo il nostro partner, affinché ci aiuti a compiere siffatta indagine interiore.

Capire il ciclo vitale dell’amore e perché le relazioni si dissolvono

In base a quanto visto precedentemente, ne deriva che le relazioni si concludono quando uno o entrambi i partner hanno raggiunto i propri obiettivi di di sviluppo personale. Nel libro della Kingma, vengono quindi affrontate una serie di case history che ben spiegano il concetto e segue la consapevolezza che, alla fine di un rapporto, abbiamo due esseri umani trasformati, persone che sono cambiate così profondamente da essere pronte ad affrontare il successivo, miracoloso stadio di crescita personale. Il problema che si delinea più frequentemente è capire cosa sia successo alla propria relazione e cosa sia avvenuto sul piano emotivo, ragione per cui ci si trova ad affrontare mille dubbi, sentimenti di confusione e rimorsi, accompagnati da un continuo rivangare il passato. Ciò non accaderebbe se avessimo ben chiara la motivazione che ci ha unito e che è venuta meno.

Nel prossimo paragrafo, vedremo il ventaglio di fasi emotive che i partner attraversano nel momento in cui finisce la relazione.

Il processo emotivo della separazione

La fine di un rapporto crea una ferita che deve essere sanata, processo che può richiedere davvero molto tempo per arrivare a una risoluzione. L’elenco che segue ha lo scopo di validare l’esperienza emotiva che si sta sperimentando in questo preciso momento, dimostrando che i sentimenti che si provano sono del tutto normali e che è possibile superarli.

  1. Credere che non stia succedendo davvero
    Invariabilmente, la prima sensazione è che non possa succedere davvero. Questo accade perché siamo colti da molteplici forme di rifiuto e di non accettazione nel momento in cui un rapporto che consideravamo eterno sta finendo. Può darsi che l’intensità e la singolarità di questa impressione non trovi precedenti nel nostro repertorio emotivo: poiché assegniamo alle relazioni un valore di eternità ed infallibilità i sentimenti sperimentati in questa fase possono essere molto intensi e dolorosi ma è importante comprendere che sono del tutto naturali.
  2. Non puoi farmi questo
    Generalmente, si tratta di una forma di non accettazione che coinvolge solo il partner che non ha completato la fase di crescita. Quest’ultimo percepisce la fine come un disastro, come l’ultima cosa che avrebbe voluto accadesse. Ma se l’altro, di fatto, non c’è più per noi, è lontano o addirittura assente, che tipo di relazione sarebbe? Si tratta di una mera illusione che non può bastare a mantenere vivo un rapporto che in realtà si è già esaurito. Non ci sono vittime o carnefici, ma solo persone che hanno svolto un ruolo fondamentale per la nostra formazione e che, per motivi di varia natura, non lo fanno più.
  3. La promessa di cambiamento
    Quando passa la fase della non accettazione, la realtà comincia a farsi strada ed il panico è il sentimento che più ci coglie. Cerchiamo dunque di contrattare in un disperato e audace tentativo di salvare il rapporto. Secondo l’esperienza dell’autrice del libro, il terrore può condurre a una riappacificazione, ma in genere si tratta di una tregua precaria destinata a finire. Certamente non è escluso che la crisi consenta di giungere a nuove consapevolezze e forme di accordo in grado di mantenere in vita la relazione, ma si tratta di casi molto rari che dipendono essenzialmente dall’intrinseca qualità della stessa.
  4. La perdita e il pianto
    Dopo esserci resi conto che ciò che speravamo non sarebbe mai successo di fatto sta accadendo, subentra il senso di una profonda e gigantesca perdita in grado di scaraventarci nel più cupo ed accorato dolore. Si tratta della stagione del lutto, in cui siamo costretti a dare un malinconico e struggente addio a tutto ciò che è stato e alle vecchie speranze deluse. L’afflizione così dolorosa può darci la sensazione di essere paralizzati dalla sofferenza e dal pianto. Eppure, le lacrime sono essenziali, in quanto costituiscono il veicolo attraverso cui avviene la guarigione. Bisogna tenere a  mente che più daremo libero sfogo alla nostra sofferenza, più velocemente la supereremo.
  5. Affrontare la realtà 
    A un certo punto, nasce in noi una reale accettazione della fine della relazione. Affrontare l’evidenza è infatti la fase successiva al lutto, in cui speravamo ancora in qualche sorta di miracolo. In seguito all’interludio di dolore e alla pulizia interiore svolta dalle lacrime,  si entra in un periodo di esaltante chiarezza mentale in cui si è in grado di ammettere a sé stessi che è davvero finita. Inizia dunque il processo di guarigione e la possibilità di tornare a pensare al futuro. In questo momento, siamo portati ad indagare le cause della rottura e a fare una sorta di esame di coscienza. Inizialmente, siamo inclini ad attribuirci tutte le responsabilità pensando alla nostra lunga serie di manchevolezze e limiti personali. Si tratta però della scelta più comoda: la chiara coscienza dei nostri errori. In realtà, tale atteggiamento è pericoloso in quanto ci porta a focalizzarci su un senso di inadeguatezza. Affinché questo stadio non rappresenti un gigantesco assalto alla nostra autostima, è utile superarlo guardando l’altro lato della medaglia e capendo che ci sono colpe reali e colpe fittizie e che la responsabilità non può che essere condivisa. Per cui, godiamoci i nostri momenti di accusa e autocommiserazione, esaminiamo ogni eventualità e poi andiamo oltre.
  6. Rimpadronirsi del proprio Io
    Qualunque relazione – anche la meno riuscita – è destinata ad esercitare un’influenza sulla nostra vita. La relazione definisce infatti le nostre abitudini e i nostri comportamenti. Ci fornisce un punto di riferimento, qualcuno con cui misurarsi, un’altra coscienza cui reagire o che rispecchia la nostra. Quando essa finisce, tutto questo apparato comincia lentamente a sgretolarsi e a smantellarsi. Così ci ritroviamo senza regole, senza il sostegno di abitudini e rituali rodati ed i benefici ad essi connessi. Adottiamo allora nuovi comportamenti che possono rivelarsi preavvisi di percorsi individuali completamente nuovi in cui ci riappropriamo del nostro Io, prima assoggettato alla relazione e al partner. Riprendere possesso della propria identità può essere molto entusiasmante, in quanto possiamo riottenere il controllo su qualità, doti, inclinazioni e prospettive in precedenza soffocate e operare cambiamenti insperati, come dimagrire, smettere di fumare, iniziare a fare attività fisica ecc. in poche parole, tornare ad occuparci di noi stessi. Una volta neutralizzato il carico emotivo della separazione, possiamo sentirci forti di chiarezza e trasparenza emotiva e godere di tutto ciò che la vita ha ancora da offrirci.

Chiara Zanetti

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